ADDIO

Parto per via senz’altre speranze,

se non di cantare ciò che ho lasciato;

terrà la mia mente, ogn’or, le sembianze

d’un mondo sol mio e da me sol amato.

Mondo di vita, natura ed amore,

terra fedele di sogni e di pianti,

porto di te, con l’ebbrezza e l’ardore,

le calde carezze ed i gelidi manti.

Nasce il dolore dell’ultimo addio,

resta il sapore di abbracci perduti,

muore il domani di tanto desìo.

Io e la vita di nuovo battuti:

s’alza lo sguardo d’un sogno tardìo,

si spengono in cielo gli astri, già muti.

(1965)

SERA IN COLLINA

Triste la sera qui in collina,

senza luci,

se non fiammelle lontane,

che tremano al tiepido vento.

Fuggi e pensi a domani,

al verde acceso dal sole

(1965)

SERA A ZENEVREDO

Triste è la sera d’aprile sui colli:

solo, e nel buio, fiammelle lontane

che tremano mute nel tiepido vento.

Altro non fai che fuggire a domani:

verso quel verde che, acceso dal sole,

canta la vita, farfalla nel cielo.

(1970)

SERA D’ESTATE IN COLLINA

Adesso la notte mi guarda dai colli:

fiammelle lontane che tremano molli.

Conosco le luci di case e paesi,

son lumi sperduti di uomini arresi.

Chinati alla terra, a quei frutti fatali,

destino peggiore a innocenti animali,

non vedono al sole la storia crudele

e i figli fuggire da stalla e candele.

Poi stanno la sera, tra ali di scuro,

seduti s’un legno, vicino ad un muro,

e contano storie, ricordi e illusioni,

tra lucciole e grilli, tacendo passioni.

E parlano sempre di padri e di genti,

di certe avventure, di guerre, di stenti:

parole in dialetto, memoria e destino,

per chi lì ascolta, ancor da bambino…

La notte è arrivata, lo sguardo discende,

c’è fioca una luce su, dietro le tende.

Adesso c’è il sonno, qual breve confine:

domani c’è pane, sudore e colline.

(2012 su note del 1967)

PRIMAVERA

Oggi è troppo primavera.

Il primo caldo sole,

l’aria limpida,

l’aria ancora fresca.

Sulle piante i fiori colorati,

i rami piumati di verde,

candore di alte cime,

verso il colore del cielo.

Bimbi nel prato,

tra i fiori gialli.

È un disegno,

un dipinto,

una foto d’arte.

Un dépliant patinato,

che vuol esser realtà.

Per qualche momento.

Di lì a poco

le polveri del giorno,

il buio della sera,

il vento del tempo,

riportano al vero,

a ciò che non sarà più..

ALLA FESTA (WONDERFUL TONIGHT)

Ti prepari e sei bella.

Arriviamo e io tremo

per lo sguardo degli altri.

Tra la gente sei bella:

ai tuoi occhi è confine

il sorriso di tutti.

Salutando sei bella,

con messaggi di luce

a incontrarsi nell’aria.

Tu scompari e sei bella,

risucchiando nel buio

ombre chiare di sogni.

Disadorna sei bella.

E, spegnendo la luce, (as I turned out the lights)

tra le braccia ho la vita.

(Tema ritrovato poi in Eric Clapton)

(1978)

 GUERRA  

Piangon le donne, salutano invano;                            1

tremano i muri, suonan le trombe;

folle innocenti che muoion lontano:

minaccia è sovrana, dura ed incombe.

C’è chi l’attende tremante dolente,                              5

il nero, ed il bianco non meno di lui:

sarà l’ignaro a finir l’innocente,

da folli inviati per sentieri bui.

Muori soldato, per te piangeranno!                             9

Spera fanciullo, che il babbo ritorna!

Consolati donna, avrai il suo panno!

Il sole nasce appena s’aggiorna,                                 12

seppur la notte condotto ha malanno:

serra le piaghe, la terra, e s’adorna.

Note

1 – Alla partenza del proprio caro, le donne acceso le braccia in segno di saluto, ma è un saluto perlopiù inutile il ritorno è incerto. Significa perdere virgolette senza effetto chiuse le virgolette.

2 – Non va intesa solo alla lettera (il suono della carica, ad es.); la frase simboleggia e comprende tutti i movimenti, i suoni, i caratteri, il clima, tipici di un conflitto armato.

4 – La minaccia (di un bombardamento, di un attacco, della morte (regna sovrana, persiste ed è sempre incombente.

5 – Il soldato di una parte è atteso per i propri cari in ansia. Così un soldato della parte avversa. Sono entrambi ignari ed innocenti, eppur uno ammazza l’altro.

8 – Si può anche intendere letteralmente per “trincee”. Ma in senso più lato e allegorico vuole dire anche strade oscure piene di pericolo, delle quali non si vede la fine. Anche strade sbagliate, che conducono alla morte.

9-11 – In questa terzina sono rappresentate cinicamente e in modo assurdo tre aspetti della guerra. Il soldato che muore, il fanciullo che spera nel ritorno del padre, così come la donna in quella del marito. Il soldato può morire tranquillamente, poiché senz’altro verrà pianto e commemorato. Il fanciullo, ha la speranza forte di rivedere il padre. Si consoli la donna, che avrà un cimelio, un ricordo, un frammento di divisa su cui piangere.

12-14 – Finita la guerra, si scorda quasi tutto e ricomincia la vita sulla terra, che torna ad abbellirsi. Così come torna a splendere il sole al mattino, anche se durante la notte era accaduto qualcosa di terribile.

Anche qui, qualche anno dopo, trovo il tema in Iva Zanicchi, con La riva bianca, la riva nera!

(1966)

TI AMO TUTTI I GIORNI

Ti amo tutti i giorni:

senza chiederti nulla di nuovo

vedo i tuoi occhi di un colore trasparente.

Ti amo tutti i giorni,

come si può amare un prato, una valle

ad ogni primavera:

un amore sempre nuovo e sempre uguale.

Ti amo tutti i giorni:

per i brividi di quando sono lontano

e penso di tornare.

Non ti amo come voglio:

vorrei amarti ogni tanto di meno

per poter dire una volta

che m’hai mai fatto impazzire.

Sono pazzo tutti i giorni:

lentamente.

Non mi scuote questa tua carezza,

questo tuo sorriso.

Sei qui e ti amo:

come tutti i giorni.

(1972)

PIOVE

Vetri appannati-desideri sopiti!

Il cuore tace-più non m’accusa.

(1965 e poi per sempre)

M.

Vorrei trovare la tua anima.

Per parlarle di te.

(1991)

LABBRA

Le labbra della notte

s’aprono spesso a consolarmi.

Un bacio di vento

sfiora la guancia, barcollando.

Un tepore di fiato.

Non mi sento solo:

un sospiro tenue m’infonde delicata speranza.

Nel buio assurdo

Solo una parola: vivi!

(1966)

BUCASÄ

In fondo alla valle,

tra le colline,

una voce di donna.

Giovane.

Allegra e gentile,

sale con l’aria del tramonto.

Ride, scherza, gioca.

Chi sarà?

Avrà un amore.

Sarà dolce, sincero con lei,

così facile da stringere?

(1974)

CARITÀ

Come un mendicante,

tendo la mano ch’è sporca d’inchiostro:

ma torna sempre vuota.

Non l’ombra d’un ascolto,

non l’alito d’una comprensione:

qualche volta un’impronta senza senso.

Eppure intorno a me c’è tutto,

tutto quello che c’è intorno a tutti.

Uno sguardo, un pensiero, un sentimento.

Amore.

Pianto e rabbia.

Sulla sabbia del deserto non cresce nulla.

Non s’ode un suono che non sia il vento:

ma può farsi tempesta e portar via.

Via.

(1965)

POESIA INCERTA

Poesia incerta.

Per il finir che fanno i sogni e i desideri.

Per il crollar d’ogni certezza e dei principi.

Paura incerta…

Per l’apparir d’un vero ch’è ogni dì menzogna,

per quella verità ch’è veramente vera.

Tristezza incerta…

Ora non più, no, no, per quel cader di foglie,

lontano è il tempo di quel passar di nuvole.

Dolore incerto…

Per la vita che va o che forse s’è già andata?

Per il volar del tempo, prima ch’è passato?

Dolore incerto, ancora…

Ma era proprio indispensabile soffrire?

Era scritto nel Libro dei Grandi Pensieri?

Assenze incerte (Dov’ero io?)

Chiuso nel suo mondo, lui non capiva ancora.

Con la porta socchiusa e il non entrar nessuno.

Colpe incerte…

Per non aver aperto un po’ di più la porta?

Perché nessuno, poi, ha mai guardato dentro?

Destino incerto…

Solitudine: un vento che chiuse la porta,

ancora prima di quell’ultima occasione.

Mondo incerto…

Lui ha dovuto uscir per non morire dentro,

Ma ogni tanto scrive ancor poesie: incerte.

(2011)

ANGOSCIA

La pietra, scagliata oltre il muro,

ha colpito e ha fatto male.

Il foglio sottile è caduto in una macchia d’acqua,

ed è divenuto trasparente.

Le rose, piantate su un suolo di cemento,

sono appassite e sono morte.

La vita di adesso,

con l’aridità di nessuno che ossessiona,

porge il capo alla morte tagliente.

Oh attimo che fuggi, inseguito dal tempo feroce,

allora ti fermerai:

più non darai carezze ai fiori profumati.

(1966)

LE FIAMME DI PAPÀ

Logore, stinte le ho trovate:

e subito, stringendole in mano,

ho visto una storia,

la dura storia di cinque anni di guerra, lunghi.

Ho visto la Grecia, l’Albania, la Croazia;

ho visto la paura, il sangue, la morte;

ho visto il valore, la gloria.

Ed ho visto te, padre,

vivo nei tuoi pochi racconti,

nei tuoi tanti ricordi.

Due fiamme, una storia:

La tua, padre!

Bersagliere d’un tempo, le piume e due ruote,

il cuore nella battaglia,

il ricordo alla mamma che non c’era più.

Tornasti: fiero di dovere e di valore,

negli occhi lacrime mai piante.

Ed io, oggi, figlio tuo,

soldato e bersagliere come te,

con umile cuore in questo tempo di pace,

rinnovare vorrei il tuo solido mito.

Facili lacrime, le corse nel vento, il sudore sui sassi

Son la mia storia:

storia più corta, pallida, spenta.

Mai potranno le mie fiamme emulare le tue!

(1969)

DOPO I GIORNI DELL’ESTATE

Senza il sole dei giorni d’estate,

con l’odore della nebbia,

col pensiero vagante nel passato,

si cerca la neve dei giorni senza fine.

L’uomo che piange pensa all’albero che dà il frutto

e cerca di scoprire un sistema migliore.

Il sangue che scorre, la croce sul foglio,

l’usignolo nella gabbia, la parola soffocata,

le grida giuste che non s’odono più,

adesso sono al di là del ferro che stringe.

Qui il mondo è di sé:

 non passa se si ama, non muore se ha la vita.

Si pensa ai campi di grano bruciati dal sole,

al treno che passa,

con la mano che s’alza ad asciugare il sudore,

al treno che si perde, con la mano che torna sull’oro.

Al tramonto,

rosso,

ai sospiri che giungono dal grande fiume,

alle grida dei bimbi che vengono incontro.

Cosa resta adesso al tempo di sempre?

Ieri non c’è più,

i ponti di barche sono suoi,

adesso è già passato.

Il vento talora l’aiuta.

Domani verrà, ma poi si sfugge:

allora il vento l’abbandona,

e va da chi piange ad asciugare le sue lacrime.

(1967)

TRAMONTO A B.A.

Le ombre ormai lunghe ed un po’ di foschia,

discendono adesso su piazza Stazione:

son quattro ragazze, nel sole, una foto,

che vengon ridenti tra il verde ch’è rosa.

Son fresche ed allegre, disegnano sogni

sui muri illibati del loro domani.

(1977)

VERSO LA NOTTE

Luci spente ad una ad una,

si ribellano i pensieri;

non si guarda più la luna

per dimenticare ieri.

Aria fredda dentro agli occhi,

gocce d’acqua sul balcone;

suonan dodici rintocchi,

fugge un’ombra nel portone.

Sensi oppressi da un’idea:

viver meglio è star lontani!

Ma quest’anima è già rea

e le legano le mani.

Getta ancora un tuo sospiro

sulle terre mai scordate:

non sferrare il vecchio tiro

delle reti già segnate!

(1990)

ATTESE

Stiamo aspettando il mattino

come se fosse la vita;

dopo vien sempre il destino

con una nuova ferita;

tardi s’attende la notte

per poter dir ch’era ieri!

Sono le solite lotte

contro quei brutti pensieri.

Solo così andiamo avanti:

miti e parole d’amore,

dimenticando i rimpianti

di chi domani poi muore.

(1980)

SETTEMBRE

Questo sole fa bene al cuore:

il cielo, l’aria limpida,

i bianchi monti laggiù all’orizzonte,

sanno ancora d’estate,

d’un’estate eterna.

Per chi ama,

per chi d’amore sogna e piange,

questo sole è grande amico,

vero unico e sincero amico,

che consola chi lo guarda,

lo pensa e gli vuol bene.

Questo sole fa bene al cuore:

mentre saluta (ride calando?)

sopra l’esili foschie del tramonto,

presagi tristi di nebbia.

(1967)

SERA DI FERRAGOSTO

La gente è in casa a bere e a chiacchierare.

Il buio qui fuori è tutto una musica.

A brevi momenti è silenzio.

E tu splendi, miracolo nella notte!

E ti adoro, Dea vera!

Con chi mi dividi?

Quanti ne ascolti?

A quali rispondi?

Immagino d’osare essere il solo,

con te, in questo momento d’estasi.

Dove ne lascio la traccia?

La tua immagine piena,

le parole che mi dirai,

questi suoni,

questi brividi d’argento:

dove li scrivo,

a chi li dico,

dove li porto?

La gente è sempre dentro,

qualcuno viene,

mi chiede,

poi va e torna in casa.

Non m’inganna la vampa,

indefinita e infinita,

di una donna che verrà.

Che non verrà.

Adesso è più fresco.

Domani è ancora festa.

La gente, dentro, fa tardi.

Tornerò tutti gli anni,

quando tu sarai piena e splendente,

in questo mese di feste e di notti.

Lo giuro,

sulle gocce d’argento

versate nel Rì,

e che, raccolte,

tengo ora qui tra le mie mani.

La gente adesso esce,

andiamo a casa,

su in collina.

Mi accompagni ancora un po’, allora!

La tua luce è per tutti,

per la strada e tra le viti

ma so che guardi solo me

e che solo io ti amo.

Nessuno, al buio,

vede le mie mani strette al petto,

mentre ti guardo e t’adoro,

fino a quando scompari,

dre dl’űltim canton.

(1963)

P.

Mamma di viva intensità,

donna di ferma tenerezza,

amica di sguardi dorati,

bimba di fulgide paure,

musa di momenti dolci.

Arrivi

come alba sopra le nuvole,

te ne vai

avvolta dentro la tua anima.

Canzone d’infinito amore,

parole e musica di Eterni Dei.

(2007)

GÄROPÄL

Terra che secchi nutrendo le viti,

formi colline macchiate di gente,

offri alla storia i tuoi uomini miti,

sposi nel buio la notte silente.

Rari ruscelli e non gole profonde,

segnano il verde e le strisce dorate:

doni al tuo sole le docili sponde,

cerchi nel vento tempeste d’estate.

Fremi d’incanto, quel suono ti scuote,

cresce ansimante, risale dal piano:

non rombo di tuono, ma ferro su ruote,

offre speranza, poi muore lontano,

lascia ferite e le pagine vuote,

diario mai scritto dall’arida mano.

Gäropäl – Plurale di “Gäroplä”, sf. – Zolla

(2002 – Endecasillabi)

Note

ä ë – Suono simile allo schwa, si indica con ä o ë, a seconda dell’etimo. Nel dialetto pavese ed in particolare in quello oltrepadano, esse acquisiscono un suono schwa leggermente più aperto che in altre lingue, sia nelle sillabe accentate, (pän, Milän) che in quelle atone (sävon). Mentre ä costituisce la vocale finale atona di tutti i nomi e gli aggettivi femminili che in latino terminano in-a (tèrä) , la vocale ë è l’elemento formante della sillaba accentata dei diminutivi sempre femminili corrispondenti all’italiano-etta (casëtä).

GÄROPÄL

La terra che secca nutrendo le viti,

disegna colline macchiate di gente,

offrendo alla storia i suoi uomini miti,

sposando nel buio la notte silente.

I rari ruscelli e le valli mai fonde

non segnano il verde e le strisce dorate:

donando al suo sole le docili sponde,

aspetta nel vento tempeste d’estate.

D’incanto poi freme, quel suono la scuote,

cresce ansimante, salendo dal piano:

non rombo è di tuono, ma è ferro su ruote.

Offrendo speranza sparisce lontano,

lasciando ferite e le pagine vuote

d’un diario mai scritto dall’arida mano.

(2012 – Dodecasillabi)

COLOMBAROLO

S’aspetta la sera guardando dai colli

la piana brumosa ed i raggi del sole,

carezze rosate a quel placido fiume.

Sarebbero stati quegli anni “i più belli”,

ma intanto eran solo giornate di sale

bruciate in attesa di notti e di lune.

“Sapore un po’ amaro di cose perdute”

ancora già prima di averle trovate,

nel tempo sfuggente tra ieri e il domani.

Certezze sognate e le fragili mete

che cadono morte nel sole d’estate,

nel mondo di altri che non t’appartiene.

QUADRI

Mi sorprendo, adesso che vien tardi

e a poco a poco i ricordi diventano racconti.

Un ricordo è un sol momento, il suo racconto son migliaia di parole.

Eravamo dove e quando e cosa facevamo?

I ricordi sono quadri da sempre su in soffitta,

che poi sveliamo da carte impolverate.

C’è l’ansia di scriverli, quei quadri:

s’un foglio ancora bianco di carta patinata,

fioriscono parole dolcissime e ordinate.

Sanno imporsi fieri i sostantivi,

esondanti e vari gli aggettivi,

i verbi vanno a coniugarsi,

sciogliendo neve di agili pendii.

Van formandosi le frasi,

si compongono i pensieri, mentre il quadro si rinnova.

Riportato a quell’antica luce e ripagato di un infinito amore.

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