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I DIARI DI DANTE

QUADERNO I
Periodo narrato compreso tra il gennaio 1916 e l’agosto 1940

CONTESTO ED APPROFONDIMENTI

Capitolo 5 - La battaglia delle Alpi (giugno 1940)

5.1 - Verso il fronte


Il reggimento stabilì il campo estivo ad Andorno Micca, zona dimostratasi già negli anni precedenti particolarmente adatta a tale scopo, sia per la possibilità di accantonamenti e accampamenti, sia per la cordiale accoglienza della popolazione del luogo, ed anche perché, dopo tutto, nel Biellese i bersaglieri erano ben visti, trovandosi a Biella, fra l’altro, la tomba del fondatore del corpo, Alessandro Lamarmora.
Dopo solo pochi giorni di permanenza ad Andorno, quando appena si era terminata la sistemazione dei reparti ed organizzati i vari servizi, avvenne un fatto imprevedibile.


Una notte, circa alle tre, la tromba suonò improvvisamente l’allarme. Questo era un allarme abbastanza serio, poiché non serviva dare inizio a qualche esercitazione, bensì ad effettuare al più presto il trasferimento del reggimento nella zona di Susa, per avvicinarsi al confine francese. L’ordine lasciò evidentemente tutti perplessi ed anche parecchio preoccupati, poiché, dato il corso degli avvenimenti bellici in Francia, era ormai convinzione generale che i francesi avrebbero ceduto presto le armi, senza in alcun modo costringere l’Italia ad intervenire, cosa che sembrava poi in quel particolare momento, del tutto assurda ed inutile.

Il reggimento lascio così Andorno e, nuovamente in bicicletta, giunse a Torino. Senza attraversare la città, ma passando per la periferia, proseguì subito per la zona di Susa, ove il giorno successivo si attendò.

Il 7 giugno, intanto, arrivò da Torino, ove era stato costituito al comando del capitano Barli, un battaglione di complementi, che fu immediatamente sciolto, andando i bersaglieri che lo componevano a colmare i vuoti che vi erano nei reparti in relazione agli organici previsti.

5.2 - Scalone va alla guerra


Giorno 8 giugno: alle prime luci dell’alba, fu dato l’ordine di disfare le tende di affardellare le biciclette. Si parte in direzione di Torino, ma, quando stavamo per arrivare, deviamo a destra, per fermarsi poi a Caprie, dopo aver percorso circa 125 km di strada in bicicletta in assetto di guerra. Caprie si trova a 40 km dal confine italo francese, in Val di Susa.


Giorno
10 giugno 1940: Mussolini parlò agli italiani e disse che l’ora del destino era scoccata e che l’Italia aveva dichiarato guerra alla Francia. Proprio mentre Mussolini stava parlando, noi da Caprie sentivamo già il rombo dei cannoni. Gli occhi di noi bersaglieri erano lucidi, ci guardavamo in faccia come per affermare: «Ci siamo!» Mussolini aveva chiesto alle piazze: «Volete la guerra?» E le masse rispondevano di sì. La stessa notte aeroplani francesi a vennero bombardare la città di Torino. Noi ci trovavamo a circa venti chilometri ed eravamo nel cerchio di tiro della contraerea. Fu la prima notte di paura, sia per il fracasso delle bombe, sia nel pensare a quello che ci aspettava nei giorni futuri.


La giornata del 16 giugno fu molto movimentata: controllo della funzionalità delle armi, accertamento delle munizioni in possesso da ogni singolo bersagliere, rafforzamento dei viveri di scorta. Tutti i mezzi e gli apparati del reggimento erano in movimento e si notava chiaramente che ci si preparava ad andare al fronte.
Infatti, la mattina del 17 giugno 1940, mentre pioveva intensamente, il 4o Reggimento bersaglieri lasciò Caprie e si diresse verso la frontiera passando per Susa, dove arrivammo in sella alle nostre biciclette. Passata Susa, ci troviamo di fronte ad una grande salita dove c’era una robusta strada che serpeggiava inerpicandosi nella montagna, chiamata “Strada del Moncenisio”. Eravamo tutti zitti, nessuno parlava o chiedeva alcunché, tenevamo le orecchie aperte e le bocche cucite. Orecchie aperte per percepire le tante notizie che rimbalzavano continuamente e per sentire gli spari che provenivano dalla frontiera, che più andavamo avanti e più vicini e violenti sentivamo. Eravamo di fronte a quella lunga e dura salita, con le biciclette in mano, spingendo con la forza delle braccia: quando partimmo da Susa pioveva, ma, giunti in cima al Moncenisio, nevicava. Sì, il giorno 17 giugno 1940 sul Moncenisio nevicava. Arrivati al primo castello del Moncenisio, ci fermammo: eravamo tutti bagnati fino alle ossa, ci sparpagliarono per compagnia in lungo e in largo per la montagna e la notte la passammo lì. Fu la prima notte che si trascorreva dormendo sopra la neve, mentre ogni tanto un colpo di cannone veniva a svegliarci. Le mitraglie e i fucili, al fronte, strepitavano continuamente, mentre dalla strada, per tutta la notte, continuarono a passare mezzi e soldati che andavano verso il fronte.Tutto questo infondeva paura e non potevamo che pensare al pericolo verso il quale stavamo andando incontro e i nostri cuori si facevano piccoli, in mezzo alla neve fragrante.


La mattina del 18 giugno fu per noi una grande sorpresa sentire dal nostro ufficiale che si ritornava indietro. Questo ci ha messo di nuovo in allegria, andare giù è stato un vero piacere: diciotto chilometri, otto ore per salire, per scendere è bastata mezz’ora.
Correvano tante voci in merito alla nuova destinazione del nostro reggimento, ma la verità fu chiara solo il 20 giugno 1940, quando arrivo un’autocolonna di autocarri in autobus ci misero a bordo e ci portarono l’altra volta sul Moncenisio, nello stesso posto dove ci trovavamo due giorni prima.
La mattina seguente proseguimmo verso la frontiera; alle sei avevamo passato il confine, dove i due eserciti, due giorni prima, avevano combattuto la prima battaglia. Sul terreno, oltre al filo spinato, c’era tanto altro materiale. Dopo la frontiera si profilava una grande vallata. Noi scendemmo da una mulattiera che calava a picco dal Moncenisio fino a valle, dove c’era il fiume da attraversare. Far transitare tutto il reggimento non fu un problema da poco, trascinandosi dietro le biciclette con tutto il fardello, passò tutta la giornata … una faticaccia!
Passato il torrente l’ordine era di montare in sella quanto più presto possibile, attraversare un tratto di strada in pianura e raggiungere in fretta i margini di un grande bosco, perché quel tratto di strada era battuto dai cannoni francesi che sparavano dal forte di Bramans.


Dopo aver percorso circa  trecento metri oltre il ponte, la strada era sbarrata da soldati e muli morti. Passando non potevo che guardare quello scenario. Mi impressionò la vista di un mulo, con tutto il carico ancora addosso e del suo conducente, entrambi morti: il soldato, faccia a bocconi, teneva ancora le redini del suo mulo con tutte e due le mani. Erano italiani! Mi chiesi perché il soldato tenesse ancora le redini del mulo: pensai che fosse stato forse il dolore, una volta colpito a morte o perché temeva che il suo mulo potesse andarsene per conto suo, abbandonandolo in quel luogo. Un interrogativo che rimase senza risposta, visto che i protagonisti erano entrambi morti, legati l’uno con l’altro attraverso le redini: a noi che passavamo, lasciava un’impressione strana e misteriosa. Quello che avevo colpito la mia attenzione era stata la disposizione plateale e commovente dei due corpi senza vita.
Fu il primo incontro con la morte in quell’odiata e inutile guerra! Non nascondo il vero nel dire che quei due esseri rimasero per sempre impressi nella mia mente, anche se, più avanti nella guerra, avrei visto ahimè ben di peggio.Quello che mi aveva colpito […] era stata la disposzione plateale e commovente dei due corpi senza vita. […]
Ed in quelle condizioni ci mettemmo in cammino. La mulattiera saliva diritta attraverso il bosco, in direzione Bramans, da dove provenivano le cannonate.

5.3 - Il testamento del colonnello - I


Il 16 giugno 1940 giunge l’ordine di tenersi pronti. Domani ci sposteremo verso l’alta valle Susa. Oggi pomeriggio, frattanto, sono stato chiamato nel dall’ufficio del colonnello comandante, il quale ha davanti a sé, sulla scrivania, un foglio di carta da lettera ancora in bianco. Contrariamente al solito mi sembra un po’ nervoso. Mi chiede conferma del fatto che io sia l’ufficiale di amministrazione del reggimento e che, secondo il regolamento delle truppe in zona di operazioni, io possa svolgere anche la funzione di ufficiale di stato civile e perciò pure di notaio. Avutane conferma, mi chiede di aspettare un momento.

Mentre aspetto, non riesco ad immaginare il perché di tutte quelle domande.

Il colonnello, intanto, si è fatto assorto, quasi voglia raccogliere dei pensieri che già si stanno agitando nella sua mente, poi, dopo pochi minuti, incomincia a scrivere deciso, senza fermarsi, sino a quando lo vedo apporre la firma in calce alla pagina. Rilegge brevemente lo scritto, piega il foglio, lo mette in una busta che sigilla e mi porge.

Con la fronte aggrottata e con lo sguardo preoccupato mi dice essere quello il suo testamento e di conservarlo in cassaforte sino alla fine della guerra. Poi, cercando di sorridere, quasi per dissipare quel senso di tristezza che le sue parole hanno suscitato, aggiunge:

“Speriamo naturalmente che tu me lo debba restituire!”

Purtroppo, le cose andranno diversamente, tanto che solo dieci mesi più tardi apprenderemo con commozione e reverenza il contenuto di quel documento, le cui parole di profondo patriottismo e di sincero affetto per i bersaglieri del 4° risuonano quasi profetiche, quasi come dettate dall’oscuro presentimento sulla conclusione della vita terrena del nostro comandante.

5.4 - Il testamento del colonnello - II

Dieci mesi più tardi…


La sera del 23 aprile 1941 raggiungo Erseke e cerco dal nuovo comandante del reggimento tenente colonnello Zunin. Lo trovo nella piazzetta del paese, in mezzo ad un gruppo di ufficiali coi quali si intrattiene su questioni di servizio. Mi avvicino e, porgendogli una busta chiusa con su scritto “Da aprirsi dopo la mia morte” gli spiego:

“Signor colonnello, ecco il testamento del colonnello Scognamiglio. sinora in mio possesso. Secondo il regolamento di guerra dobbiamo prenderne visione e poi trasmetterlo la famiglia tramite ministero.”

Un senso di sorpresa e di apprensione ci invade. È così vivo in noi il ricordo di questi ultimi giorni di guerra, così sanguinosi e così drammatici, che la figura del colonnello Scognamiglio balza nuovamente viva in mezzo a noi, mentre la vista di quel documento suscita nei presenti un’ondata di commozione e di pena. Ci avviciniamo in silenzio ad un tavolo sgangherato e a qualche sedia che, chissà come, si trova davanti alla porta sventrata di un locale, forse un’osteria.

“Rimaniamo in piedi” dice invece l’aiutante maggiore capitano Bianchi. Il tenente colonnello Zunin lacera la busta e inizia la lettura del foglio in essa in essa contenuto, con la voce alterata da una tristezza che può non può nascondere.

“Condove, 16 giugno 1940…”

[…]

Terminata la lettura, ci guardiamo in viso e, non so perché, ma tutti abbiamo gli occhi lucidi e nessuno osa rompere il silenzio che improvvisamente ci circonda.

“Come ne era in suo possesso?”

Mi domanda infine il tenente colonnello Zunin, tanto per nascondere il suo turbamento.

Dispongo brevemente i fatti già descritti, cioè come il colonnello Scognamiglio me l’avesse dato in consegna nel giugno del 40, all’inizio della guerra.

5.5 - I primi giorni di guerra


[10 giugno 1940] –
A sera, a mensa, siamo taciturni e pensierosi. Il colonnello, quasi seguendo il corso dei nostri pensieri, ad un tratto dice: – Stasera siamo qui tutti riuniti punto speriamo di ritrovarci ancora tutti a guerra finita! – Augurio spontaneo o triste presentimento? Non saprei. Certo son parole strane che ci lasciano perplessi. Ed è anche strano il fatto che ci troviamo in guerra, all’improvviso, diciamo così senza una preparazione… spirituale.

Questa dichiarazione di ostilità verso Francia e Inghilterra ci sembra quasi una pratica burocratica, di cui però intuiamo inconsciamente un seguito di orrori e di morte, che si fa stringere il cuore.

La stessa notte avviene una incursione di aerei francesi su Torino. La dodicesima compagnia mitraglieri ciclisti, che all’annuncio della dichiarazione di guerra aveva subito sistemato le mitragliatrici, dotate di congegno di puntamento contraereo, in posizione di tiro, occupa le postazioni ma non può intervenire: troppo alti gli aerei, oltre alla città. Dalle alture il comandante di compagnia e gli ufficiali vedono i bengala lanciati su Torino. Sapremo il giorno presso che ci sono stati alcuni morti.

Intanto il reggimento completa il suo equipaggiamento ed armamento, andando a rifornirsi presso i magazzini del deposito chi è comandato ai rifornimenti a Torino può così vedere, a sopraggiungere della notte, la città al buio: si è iniziato l’oscuramento.

Tutto il fronte alpino è in fermento, in attesa del momento decisivo per l’avanzata. Il primo ordine di movimento viene ben presto e riguarda per ora solo il XXVI battaglione, il quale deve effettuare una puntata esplorativa nella piana del Moncenisio, sino all’ospizio. Il giorno 20, il XXVI esegue l’ordine ricevuto. In bicicletta, nonostante il tempo inclemente, si spinge verso l’obiettivo stabilito. Appena superate le “Scale”, il battaglione si inoltra nella piana del Moncenisio, ove un’unica rotabile si staglia nettamente in mezzo ai prati. Tutto intorno nella nebbiolina si intravede la cerchia dei monti che segnano il confine e dietro a questa, gli altri massicci montani in territorio francese, ove formidabili apprestamenti difensivi sono stati predisposti sin dal tempo di pace. Veramente sono indicazioni la cui veridicità sarà presa più avanti, durante i prossimi giorni, e a prezzo di sangue dei nostri soldati. […]

Il 21 giugno il reggimento nuovamente riunito a Susa. Ma oggi è una gran giornata per tutti punto è giunto l’ordine dell’avanzata generale su tutto il fronte.

Il 4o bersaglieri è tenuto di rincalzo e, salvo ordini diversi, seguirà l’avanzata della fanteria e dei carristi per buttarsi avanti non appena effettuato lo sfondamento. Infatti nel pomeriggio deve già raggiungere le “Scale”. I reparti, parte in bicicletta e parte su autocarri messi a disposizione dal 1° autocentro, si trasferiscono nella località stabilità, pronti a proseguire la marcia al primo ordine.

5.6 - Galleria
Il colonnello Scognamiglio con il 4° reggimento in attesa dell'attacco, alle pendici del Moncenisio, in località Le Scale. Nell'immagine seguente lo stesso luogo ripreso oggi.
Il tratto di strada dell'aimmagine del giugno 1940 riprodotto oggi con Google Earth.
Particolare del contrafforte visibile in fondo all'immagine delle truppe in attesa.
Il punto di attesa segnato sulla mappa di Google Earth. Oggi il luogo è in territorio francese, mentre allora si trovava abbondantemente in territorio italiano.
Vista generale dei luoghi degli eventi da Susa al Moncenisio
I luoghi delle operazioni sul Moncenisio.
Ungheria, alleata dell'Asse, Spagna franchista e Albania (sotto il dominio italiano) sono scelti dal Corriere per rendere gli echi internazionali all'intervento italiano in guerra. Nell'aggettivo "determinante" si cela un senso autoironico?
Villar Focchiardo 6 luglio 1940: un po' di quiete dopo la tempesta.
Villar Focchiardo 27 luglio 1940: Dante legge una lettera... per il fotografo.
La dislocazione dei reparti alla mezzanotte del 10 giugno 1940. Indicata dalla freccia la posizione del 4° rgt bersaglieri. (G. Oliva - fonte citata)
Da una pagina del libro di Sergio Quaglino conosciamo "Bramans", il cane del 4° rgt bersaglieri.
In azzurro il percorso da Andorno Micca a Susa
In nero il percorso per l'esplorazione all'Ospizio del Moncenisio
In azzurro il percorso per raggiungere il Piccolo Moncenisio.
Riproduci video

Da ITALIA IN GUERRA (Massimo Sani) – Immagine sovrapposta: https://www.montechaberton.it/

La sera del 10 giugno 1940 inizia l'assurda follia.
Il principe Umberto di Savoia in visita al reggimento a Villar Focchiardo. Alla sua sinistra il colonnello Scognamiglio.
5.7 - Prospetti


IL 4° REGGIMENTO BERSAGLIERI ALL’INIZIO DELLE OSTILITA’ (10 GIUGNO 1940)

Comandante: colonnello Guglielmo Scognamiglio

– XXVI battaglione – comandante maggiore Mennuni
– XXIX battaglione – comandante maggiore Ugo Verdi (*)
– XXXI battaglione – comandante maggiore Ferrari

– 12a Compagnia motociclisti  – c.te capitano De Martino
– Compagnia comando reggimentale

Ogni battaglione è composto da:

– 3 compagnie fucilieri
– 1 compagnia mitraglieri
– 1 compagnia comando btg.

Forza complessiva: circa 1800 uomini

Armamento:

– Moschetto Carcano mod. 91/38 TS
– Fucili mitragliatori Breda mod. 30
– Mitragliatrici Breda mod 37
– Bombe a mano SRCM Mod. 35

Equipaggiamento: estivo


(*) –  Maggiore Ugo Augusto Verdi

Originario di Canneto Pavese, vicino a Stradella, sarà comandante del reggimento nel settembre del 1943 al momento dell’armistizio. Medaglia d’argento al valore militare, deportato in Germania e successivamente ucciso dai tedeschi per essersi rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale, dopo aver salvato i suoi uomini da rappresaglie naziste. Torneremo su di lui e su questa vicenda nei prossimi quaderni.

Lo schieramento italiano sul fronte occidentale all’inizio delle ostilità.
https://issuu.com/rivista.militare1/docs/le-operazione-del-giugno-1940-sulle-alpi-occidenta.)

5.8 - Il rapporto del colonnello comandante
5.9 - Il cane Bramans


La relazione del comandante del reggimento è molto chiara ed esauriente e non ha quindi bisogno di ulteriori commenti. Si può accennare soltanto al fatto che dal 23 al 25 giugno nessun rifornimento giunse ai battaglioni operanti. Fu consumata la razione viveri di scorta il primo giorno, poi si visse di scorza d’albero. […]

Intanto, appena cessate le ostilità, il reggimento si riorganizza e prima di tutto provvede al recupero delle salme dei caduti virgola che vengono composte nel piccolo cimitero di Bramans,, accanto a quelle dei soldati appartenenti agli altri reparti operanti.

Nel paese deserto e quasi distrutto gironzola fra le macerie un cane pastore. Qualche tozzo di pane, datogli dai bersaglieri che hanno trovato qualcosa da mangiare chissà dove, lo rende più mansueto e più docile. I bersaglieri lo prendono con sé e quello li segue.  Gli mettono il nome “Bramans”, il paese dove è stato trovato. Ed il cane Bramans seguirà i bersaglieri del 4o per tanti mesi ancora, anche sino in terra d’Albania…

5.10 - La visita di Umberto II

Nel pezzo che segue, Quaglino si concede ad una ossequiante retorica. Come per altri stralci che seguiranno, ci si pone la domanda: quanto scritto rispecchia il sentire e la retorica di allora (1940) o, conservato come tale, (anche) quello di quando ha scritto il libro (1985)?


L’augusto Ospite

Una importante notizia mette qualche giorno dopo improvvisamente in fermento il reggimento: l’annuncio della imminente visita di sua altezza reale il principe di Piemonte alle truppe che hanno operato sul fronte francese e quindi anche 4o bersaglieri. Infatti, il giorno seguente, una magnifica giornata di sole, tutto il reggimento è schierato in attesa dell’augusto ospite. Sono veramente splendidi questi bersaglieri, inquadrati in modo perfetto, che presentano le armi, con i loro piumetti ondeggianti alla brezza di luglio, in mezzo al verde intenso dei prati che circondano Villar Focchiardo!

Una breve sfilata di corsa ed un ridotto saggio ginnico sportivo chiudono la giornata. A sera il principe di Piemonte rimane molto volentieri a mensa con gli ufficiali del reggimento, nel modesto ristorante del posto la Giaconera, mentre sullo spiazzo antistante la fanfara dà concerto fuori ordinanza. 

5.11 - Il quadro delle operazioni

Per dare un quadro d’insieme organico delle operazioni al fronte occidentale ove fu coinvolto il 4° reggimento bersaglieri, sono riportati qui di seguito alcuni stralci del saggio di Francesco Mattesini “Un episodio della guerra nelle alpi dal 21 al 24 giugno 1940 – Le operazioni della 4a Armata Alpina sui fronti dell’Isére e della Val D’Arc nell’80° Anniversario”


L’inizio delle operazioni

Il Gruppo Armate Ovest (1a e 4a Armata) al commando del principe Umberto di Savoia, comprendeva ventidue divisioni, di cui quattro alpine, con un totale di 312.000 uomini e 3.000 cannoni. Le forze terrestri francesi dell’Armata delle Alpi, al comando del generale René Orly disponeva di sei divisioni, delle quali tre da fortezza, con circa 185.000 uomini e sessantacinque gruppi d’artiglieria e ottantasei sezioni difensive.

Occorre però dire che il 15 giugno, dopo la conquista tedesca di Digione (Borgogna), con i tedeschi che da nord avanzavano anche da e Lione e diretti a Grenoble, Chambéry e Voreppe, i francesi erano stati costretti a costituire una forza difensiva di 30.000 uomini con parecchia artiglieria e carri armati al comando del generale Georges Cartier, togliendola dalla difesa del settore alpino, che quindi venne a mancare nelle operazioni per fronteggiare l’attacco italiano, dovendo difendere tre linee di difese successive: il Rodano, l’Isère, la Durance.

[…]

Alla data del 10 giugno 1940 la 4ª Armata disponeva di 126.599 uomini, di cui 39.336 nel 1° Corpo d’Armata, 24.392 nel 4° Corpo d’Armata, 29.176 nel Corpo d’Armata Alpino, e 32.794 uomini nella Riserva e truppe d’Armata.

L’attacco italiano, ordinato da Mussolini e trasmesso ai Comandi dal maresciallo Rodolfo Graziani, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, iniziò il 21 giugno ma non raggiunse gli obiettivi previsti, anche perché il tempo cattivo, oltre a

non agevolare l’azione dell’Aeronautica, non permise, in strade di montagna difficili da percorrere, inondate dalla pioggia incessante e dalla neve eccezionale per il periodo della seconda decade di giugno, di portare in linea le forze necessarie di uomini, mezzi, artiglierie…

[…]

L’Operazione “B”: l’inizio dell’attacco italiano al Passo del Piccolo San Bernardo

I combattimenti ad alta quota, i più importanti per gli obiettivi italiani verso la Savoia allo scopo di aprire uno sblocco in Val Isère, oltre Bourg San Maurice e su Beaufort, per poi raggiungere Albertville e ricongiungersi ai tedeschi che avanzavano da Lione, iniziarono il mattino del 21 giugno con l’operazione “B”. Il generale Alfredo Guzzoni, Comandante della 4ª Armata Alpina, impiego nel settore del Piccolo San Bernardo il 1° Corpo d’Armata del generale Carlo Vecchiarelli, con le divisioni di fanteria Cagliari, Superga e Pinerolo, che tra l’altro, oltre ai servizi,

comprendeva due battaglioni alpini, uno di camicie nere, un gruppo e tre raggruppamenti di artiglieria, quattro battaglioni mitraglieri, a cui potevano aggiungersi le divisioni della Riserva d’Armata di fanteria Legnano e Brennero, e la alpina Tridentina, nonché il Raggruppamento d’Armata (generale Enrico Gazale) che comprendeva il 4° Reggimento bersaglieri, il 1° Reggimento fanteria carrista, e il Reggimento Nizza Cavalleria. Queste forze doveva superare i passi del Piccolo San Bernardo e del Moncenisio, e di riflesso allargando le linee di avanzata anche ai settori di Bardonecchia, Monginevro e Germanasca Pellice. Il 4° Corpo d’Armata del generale Camillo Mercalli, prolungava la linea da Bardonecchia verso il Passo del Monginevro, con le Divisioni di fanteria da montagna Assietta e Sforzesca, oltre a reparti sfusi di varie specialità e servizi.

[…]

Per lo sfondamento e rapida avanzata sulle direttrici del San Bernardo e Moncenisio, furono messe a disposizione della 4ª Armata, due divisioni motorizzate dell’Armata del Po, la Trieste e la Trento. E in un settore non ricco di strade, fu necessario rimaneggiare lo schieramento d’artiglieria per adeguarlo alle nuove esigenze offensive, rinunciando ai cannoni di maggiore potenza (149, 152 e 203 mm), di difficile trasporto e lenta messa in posizione, e a quelli di posizione più lontani dalla linea del fronte, e vennero spinti più avanzati i servizi, accrescendoli di mole per l’aumentato concorso alle Grandi Unità, mentre gli alpini conducevano le operazioni di superamento dei valichi alpini servendosi di migliaia di muli (gli eroici muli) che trasportavano cannoni e munizioni da 75 e 100 mm e tutto quanto era necessario all’avanzata, i rifornimenti, compresi i viveri.

[…]

Le operazioni sul fronte del Passo del Moncenisio e di Bardonecchia

I movimenti degli attaccanti erano difficili anche nella zona del Moncenisio, dove operava il 1° Corpo d’Armata del generale Carlo Vecchiarelli, con sede di Comando Operativo a Bardonecchia, al Varisello. Nel suo ordine di operazione n. 2 del 20 giugno 1940, il suo obiettivo principale era quello di “recidere la valle dell’Arc all’altezza di S. Michel, allo scopo di impedire l’arrivo dei rinforzi da valle e preparare l’ulteriore avanzata verso S. Jean de Maurienne”. Pertanto, occorreva spingere “elementi di esplorazione sul Galibier”; far cadere “le zone principali di resistenza avversaria”; avanzare “mediante azioni sulle ali” (aggiramento); “sfruttare la breccia in profondità con azione lungo la valle con le unità di seconda schiera. E, infine, “proteggere l’azione contro reazioni avversarie sul lato Sud del settore (dal passo di Desertes al Colle di Laval).

Come prima azione il giorno 21 giugno, la Cima del monte Nunda (3.025 metri), a nord del lago del Moncenisio, fu occupata dalla 2a compagnia Guardie alla Frontiera (G.a.F.) Lupi del Moncenisio, che poi il giorno seguente prese parte all’attacco del forte Ouillon des Arcellins (2.665 metri), sull’ala sinistra della strada del Moncenisio – Route Nazionale 6 (RN 6) – del Moncenisio, posizionata per interdirne il transito in concorso con il Forte Turra e l’avamposto dei Revets. Ciò avvenne nel tardo pomeriggio del 22 giugno, quando, in una giornata di nebbia, un battaglione della Divisione di fanteria Cagliari, due plotoni della 2a compagnia Lupi del Moncesio e la 5a compagnia del 1° reggimento carri armati L.3/35 con lanciafiamme, e con una compagnia del 4° Reggimento Bersaglieri in riserva, conquistò il modernissimo forte Arcellins, ultimato nel 1940, alla vigilia della guerra, ultima opera della Linea Maginot, e costituito da due blocchi in cemento armato dalla superficie di 50 metri, armato ciascuno con un cannone anticarro e una mitragliatrice.

La conquista di Arcellins avrebbe dovuto aprire la strada a sud del passo del Moncenisio, per poi sfociare il 22 nelle testate delle valli d’Isère e Guil nonché nella Val Moriana (o Val d’Arc) a monte di Modane, ma le difficoltà di transito, come vedremo, non erano finite.

[…]

Quando cominciò l’attacco italiano, esso avvenne verso la Val d’Arc su tre colonne della Divisione Cagliari, rinforzata, e a cui, secondo l’ordine di operazione n. 2 del generale Vecchiarelli, “le artiglierie divisionali, già schierate” potevano

“cooperare a richiesta” alla sua azione. La colonna centrale, con il 1° Battaglione del 64° Reggimento di fanteria e del 3° Battaglione del 63° reggimento di fanteria, iniziò la sua discesa attraverso il Col des Lacs Giaset poco dopo mezzogiorno del 21 giugno. Mentre si avvicinava al fiume Ambin incontrò una forte resistenza. Il 2° battaglione del 64° Reggimento che scendeva dal Colle del Moncenisio, dove gli italiani circondarono il Fort de la Turra (a 2.529 metri, difeso da cinquanta uomini del 164° BAF al comando del tenente Prudhon (che disponevano di due cannoni da 75, e due mortai da 81 e una sezione di mitragliatrici), superata una debole resistenza, giunto al villaggio di Le Planay incontrò e si aggiunse alla colonna centrale. Anche il 1° battaglione del 64° Reggimento, che aveva deviato attraversato il Passo di Bellecombe, si ricongiunse alla colonna centrale nel villaggio di La Villette.

Alcuni piccoli gruppi di fanteria furono lasciati indietro per operazioni di rastrellamento, il Fort de La Turre fu lasciato dapprima all’attacco di nuclei di fanteria, e poiché non fecero progressi, con gli uomini falciati dalle mitragliatrici, venne infine battuto con tiro preciso dalla batteria La Court sul colle del Moncenisio, con quattro cannoni da 149/35 mod. 1901 con protezione in cemento armato a cupola.

Nel frattempo, la maggior parte della colonna centrale continuava ad avanzare verso il paese di Bramans, a 10,5 chilometri da Modane. Tutti i battaglioni della Divisione Cagliari si unirono attorno a una cappella fuori Bramans e, dopo aver eliminato le fortificazioni fisse francesi con il fuoco di artiglieria, presero il paese entro la fine del primo giorno 21 giugno. Quindi a differenza di quanto si legge sulle pubblicazioni francesi sull’immobilizzazione delle forze italiane sul Moncenisio (…), già il primo giorno dell’attacco la divisione Cagliari al completo aveva raggiunto il fondo della Val d’Arc, superando il fiume Maurienne, e aveva tagliato in due la strada statale Modane-Moncenisio, in modo da agevolare poi la marcia delle forze motorizzate delle altre divisioni, e tagliare i rifornimenti alle truppe francesi rimaste intrappolate nelle loro fortificazioni del Moncenisio, dopo che le forze mobili, abbandonando le guarnigioni dei forti, erano state ritirate su una seconda linea.

[…]

Mentre il grosso della Divisione Cagliari con il 63° Reggimento fanteria, ora rinforzato dall’arrivo del 4° Reggimento bersaglieri (del Raggruppamento celere della 4a Armata) sceso dal Moncenisio con i reparti motociclisti, procedeva verso Modane, sul punto in cui si ristringeva la valle e dove i francesi avevano costituito la loro principale linea di resistenza. Di lì diresse a nord per incontrarsi con il battaglione alpini Susa del maggiore Costantino Boccalatte, che seguito alle sue dipendenze dall’11° Battaglione camicie nere costituiva la colonna di destra, e che attraverso il Passo del Chapeau e il passo Novalesa e seguendo il corso del fiume Ribon verso Bessans, proseguendo in Val d’Arc aveva conquistato Lanslevillard, ai piedi della tornante della rotabile del Moncenisio e sul rovescio delle posizioni francesi di difesa.

Proseguendo l’avanzata. la colonna Boccalatte, dopo aver superato Termignon, raggiunto la sera del 23, arrivò all’alba dell’indomani a Lanslebourg, dove era già arrivata da tempo una compagnia del 64° Reggimento fanteria, importantissimo incrocio stradale ai piedi della rotabile RN 6 del Moncenisio e per il proseguimento verso la Val d’Isère. Per questo motivo i due battaglioni Susa e 11° camicie nere passarono alle dipendenze del Comando della Divisione Brennero.

 

Testo tratto dal diario del bers. Luciano Scalone

Testo tratto dal diario del ten. Sergio Quaglino