Un’apparente contraddizione

Continuo ancora oggi ad aggiornare la pagina dedicata ai diari di guerra di mio padre: sistemo qualche data, aggiungo documenti e fotografie, confronto il suo racconto con altre testimonianze e cerco di collocare meglio ogni episodio nel momento storico in cui avvenne. Durante questo lavoro capita che una frase riletta, una notizia ritrovata o un incontro facciano nascere nuove riflessioni; i diari, quindi, non sono rimasti un’opera conclusa, ma continuano a riportarmi verso la storia di mio padre e anche verso alcuni ricordi della mia vita. Questa volta la riflessione riguarda un’apparente contraddizione che ritorna continuamente nelle memorie di guerra: da una parte la paura, il fuoco, la fame, il freddo, i morti e la possibilità di perdere la vita in ogni momento; dall’altra la capacità di continuare a vivere quasi normalmente dentro quella situazione, eseguendo gli ordini, assumendo decisioni, occupandosi dei compagni e affrontando, il giorno successivo, gli stessi pericoli appena superati.

La guerra di mio padre e ciò che ho capito durante il servizio militare

Ho pubblicato i quattro diari di guerra di mio padre, cercando di accompagnarli con tutto ciò che poteva aiutare a comprendere meglio la sua esperienza: la storia del 4° Reggimento Bersaglieri; le vicende militari e politiche che si svolgevano negli stessi giorni; le fotografie, i documenti e le cartoline; le testimonianze di uomini che avevano attraversato gli stessi luoghi; infine, gli studi storici e le memorie di altri soldati, da Mario Rigoni Stern in poi.

Mio padre annotava un avvenimento accaduto in un determinato giorno e io cercavo di capire che cosa stesse succedendo, nello stesso momento, intorno a lui: dove si trovava il suo reggimento, quali ordini avesse ricevuto, che cosa comunicassero i bollettini di guerra, quali decisioni venissero assunte dai comandi e dal governo. Il suo racconto personale poteva così essere collocato dentro la guerra più grande, quella che nei libri viene descritta attraverso le offensive, le divisioni, le alleanze e le decisioni politiche.

È stato un lavoro storico, almeno nelle intenzioni, ma è diventato inevitabilmente anche un lavoro su mio padre e sul rapporto che ho avuto con lui.

Per molti anni avevo saputo dell’esistenza dei diari senza affrontarli veramente. Erano diventati una specie di oggetto familiare protetto da un tabù: appartenevano al papà e alla sua guerra, una parte della sua vita che conoscevamo soltanto per qualche episodio raccontato raramente. Quando li ho aperti e trascritti, ho scoperto un uomo che non coincideva del tutto con quello che avevo conosciuto.

Era sempre lui, naturalmente: il padre che mi portava allo stadio, che parlava con me e che aveva condotto una vita normale di lavoro e di famiglia. Nei quaderni, però, compariva un giovane contadino e operaio trasformato prima in soldato, poi in caporale istruttore, sergente e capo squadra mitraglieri; un uomo che aveva conosciuto la campagna contro la Francia, il fronte greco-albanese, la controguerriglia nei Balcani, l’8 settembre e infine la prigionia negli Stalag tedeschi.

Ho dovuto mettere insieme queste due immagini. Continuavo a domandarmi come fosse possibile che l’uomo che avevo conosciuto fosse lo stesso che aveva trascorso giorni interi in una buca sotto il tiro dei greci, nella neve, senza potersi muovere e senza poter togliere la neve dal telo perché sarebbe stato individuato. Si poteva mangiare e fare i propri bisogni soltanto di notte. In altri momenti aveva dovuto correre sotto il fuoco, buttarsi lungo i pendii, perdere le scarpe, portare con sé la mitragliatrice; aveva visto uomini e animali morti, paesi distrutti, civili uccisi, donne che piangevano.

Come si torna da esperienze del genere? E, prima ancora, come si riesce a viverle mantenendo la lucidità necessaria per continuare a fare il soldato?

IL FANTE E IL MULO

Una delle prime risposte si trova forse in un episodio del 20 giugno 1940, durante l’offensiva italiana sulle Alpi occidentali. Oltre che nei diari di mio padre, ho ritrovato la stessa scena anche in un’altra memoria di guerra: durante l’avanzata nella zona del Piccolo Moncenisio, i bersaglieri vedono un fante morto accanto al proprio mulo, anch’esso ucciso; il soldato stringe ancora tra le mani le redini dell’animale. In mezzo ad avvenimenti certamente più gravi e sanguinosi, quell’immagine dovette avere una particolare forza simbolica, tanto da imprimersi profondamente nella memoria di uomini diversi e da essere raccontata, molti anni dopo e quasi con gli stessi particolari, nelle loro memorie che ho letto: la disposizione dei corpi, il motivo per cui il soldato continui a tenere la briglia e il ricordo di quel momento come il primo incontro con la morte, in guerra.

Mio padre racconta la nebbia, la discesa, le biciclette portate a mano, la catena della propria bicicletta che si rompe e che egli annoda al manubrio per continuare. Poi incontra il fante e il mulo morti; più avanti vede altri soldati, alcuni feriti e altri ormai senza vita. Conclude il passaggio con poche parole:

«Coraggio, viene il bello!»

Quella frase oggi può apparire quasi incredibile. Dante aveva appena incontrato la morte vera, non quella immaginata durante l’addestramento e nemmeno quella raccontata dalla propaganda, ma il corpo di un soldato italiano rimasto sulla strada, ancora legato al proprio mulo attraverso le redini. Subito dopo scrive che bisogna farsi coraggio e andare avanti.

Non credo che fosse indifferenza. In quel momento era necessario continuare a scendere, restare con i compagni, trasportare l’arma e le cassette, raggiungere la destinazione. La guerra non concedeva il tempo per fermarsi a capire ciò che si era visto. Il morto rimaneva sulla strada; i vivi proseguivano.

Nei diari di guerra questo accade frequentemente: una cannonata, un compagno ferito, una notte trascorsa sotto la neve; poi il rancio che non arriva, la bicicletta da riparare, la posta tanto attesa, l’ordine di spostarsi. Il passaggio continuo dalle cose terribili alle necessità quotidiane può sorprendere chi legge; per il soldato costituiva probabilmente l’unico modo possibile di vivere.

LA NORMALITÀ DELLA GUERRA

Dopo un certo tempo anche la guerra finisce evidentemente per costruire una propria normalità. Rimane una condizione spaventosa, ma dentro quella condizione si mangia, quando il cibo c’è; si dorme, quando è possibile; si parla con i compagni, si attende una lettera, si cerca un riparo dalla pioggia e si esegue l’ordine ricevuto che può portare alla morte.

Le lettere occupano infatti molto spazio nei diari di mio padre. Rappresentavano il contatto con la famiglia e con quel mondo normale dal quale era stato strappato e che sperava di ritrovare. L’attesa della posta poteva diventare un tormento quotidiano; una lettera arrivata in un avamposto sperduto restituiva per qualche minuto l’esistenza di una casa, di persone care e di una vita diversa.

Era probabilmente necessario che quei due mondi restassero entrambi presenti: il reparto e la famiglia, la buca e la casa, la guerra che si stava vivendo e la vita alla quale si sperava di tornare. Pensare soltanto alla casa avrebbe reso insopportabile il fronte; dimenticare la casa avrebbe tolto una delle ragioni principali per sopravvivere.

La mente imparava quindi a occuparsi del problema immediato. Se arrivavano le cannonate, bisognava cercare un riparo; se si rompeva la catena della bicicletta, la si legava al manubrio e si continuava; se mancava il pane, si aspettava; se giungeva l’ordine di spostarsi durante la notte, ci si metteva in marcia.

In queste condizioni il coraggio non può essere, credo, identificato con l’assenza della paura. Un uomo poteva essere terrorizzato e nello stesso tempo compiere correttamente il proprio dovere. Poteva aver visto morire un caro compagno il giorno precedente e partecipare a un’altra azione il giorno successivo; poteva pensare alla famiglia e, pochi minuti dopo, occuparsi della mitragliatrice.

La paura rimaneva, ma insieme alla paura esistevano l’addestramento, il senso del dovere, l’orgoglio del reparto e soprattutto la presenza degli altri uomini.

NON LASCIARE GLI ALTRI

Il soldato combatte all’interno di un gruppo, e accanto a lui ci sono persone con le quali ha condiviso le marce, la fame, il freddo, le attese e il pericolo; uomini che dipendono anche dal suo comportamento e dai quali egli stesso dipende.

Mio padre era un sergente e comandava una squadra mitraglieri. Questo aggiungeva alla paura personale una responsabilità precisa: aveva un’arma importante da utilizzare e degli uomini ai quali dare indicazioni. Poteva sentirsi stanco, affamato o impaurito; tuttavia, qualcuno guardava verso di lui e attendeva una decisione.

Per gli ufficiali la responsabilità era ancora maggiore. Anche un comandante poteva avere paura, ma doveva mantenere una voce ferma, impartire ordini comprensibili e impedire che la propria incertezza si trasmettesse al reparto. La sicurezza mostrata all’esterno faceva parte del comando; dietro di essa potevano esserci dubbi, stanchezza e terrore che gli uomini non avrebbero mai conosciuto.

Il comandante di reggimento di mio padre, sulle montagne albanesi, si era sistemato in una grotta e vi rimase per mesi, dirigendo da lì le operazioni; in seguito fu ferito mortalmente da una granata. Anche questa immagine mi ha fatto riflettere: un uomo può continuare a ricevere informazioni, prendere decisioni e assumersi la responsabilità di migliaia di soldati mentre vive rinchiuso sotto la minaccia continua dei bombardamenti.

La funzione militare gli indicava che cosa dovesse fare. Il colonnello comandava, il sergente guidava la propria squadra, il mitragliere controllava l’arma, il portaordini cercava di raggiungere l’altra posizione: avere un compito non eliminava il pericolo, ma impediva che tutta la mente fosse occupata dalla paura e permetteva probabilmente di non impazzire.

LA PAURA PRIMA DELL’AZIONE

Durante il mio servizio militare ho vissuto, in condizioni evidentemente non paragonabili, beninteso e lo sottolineo, a quelle di una guerra: un qualcosa che molti anni dopo mi ha aiutato a comprendere almeno in parte questo meccanismo.

Forse anche perché ero figlio di un bersagliere, fui assegnato ai bersaglieri nonostante non avessi un fisico particolarmente atletico. Ne soffrii molto: nelle corse e nelle esercitazioni non ero certamente tra i primi e dovevo impiegare tutte le energie disponibili per non rimanere indietro.

Quando divenni sottotenente, la fatica aumentò insieme alla responsabilità. Durante gli spostamenti, spesso di corsa, dovevo correre davanti alla compagnia per controllare che tutto fosse in ordine, poi tornare indietro per richiamare chi perdeva il passo e quindi raggiungere nuovamente la testa. Alla fine di un percorso di mille metri ne avevo fatti molti di più; ero sfinito, ma non potevo fermarmi davanti al reparto che avrei dovuto guidare.

Pensavo a mio padre: conoscevo soltanto una parte di ciò che aveva vissuto, perché non avevo ancora aperto e studiato interamente i suoi diari; sapevo comunque che era stato un bersagliere, che aveva combattuto e che aveva sopportato prove immensamente più dure. Quel pensiero mi accompagnava e mi impediva di arrendermi alla prima sensazione di non farcela.

Il servizio militare mi insegnò così che il limite percepito non coincide sempre con il limite effettivo. Quando il corpo dice che non può continuare, qualche volta riesce ancora a trovare una riserva: intervengono la responsabilità, l’orgoglio, la presenza degli altri, la paura di fare una brutta figura e anche la semplice impossibilità di fermare tutto il reparto perché uno dei suoi ufficiali è stanco.

Le esercitazioni a fuoco aggiungevano un altro tipo di paura. Si sparava con il fucile e con la pistola, si utilizzavano il bazooka e le bombe a mano; arrivavano inoltre le notizie di incidenti avvenuti in altri reparti, del militare ferito da una bomba o di quello che aveva perso un occhio per un proiettile rimbalzato.

Il giorno precedente all’esercitazione ero preoccupato: pensavo ai miei e alla possibilità di farmi male durante un’attività che, in fondo, rimaneva un addestramento in tempo di pace. Il mattino dopo ci si alzava presto, si ritiravano le armi, si saliva sull’M113 e si raggiungeva la zona dell’esercitazione; poteva piovere e si rimaneva bagnati per ore, aspettando il momento dell’azione.

Quando l’azione cominciava cambiava tutto: c’erano il fumo, i colpi sparati dai carri armati, gli ordini che si capivano male, gli sbalzi da compiere correndo da un riparo all’altro. Un bersagliere si avvicinava perché il FAL si era inceppato; una bomba a mano poteva non essere esplosa e bisognava segnalarlo; il comandante faceva un gesto che nel fumo non risultava chiaro. Io comandavo un plotone e dovevo decidere, anche con la possibilità di sbagliare.

In quei momenti la paura spariva: arrivavo a dirmi: basta, adesso mi butto, vada come vada, prima cominciamo e prima finisce.

QUANDO L’ATTESA FINISCE

La paura del giorno precedente era alimentata da tutto ciò che avrebbe potuto accadere. Una volta iniziata l’esercitazione, rimaneva soltanto ciò che stava accadendo in quel momento: correre, abbassarsi, sparare, controllare gli uomini, risolvere l’inceppamento dell’arma, capire un ordine e impartirne un altro.

L’azione restringeva il campo, e non avevo più il tempo per pensare contemporaneamente alla mia famiglia, agli incidenti possibili e al carro armato che avrebbe potuto sbandare; dovevo occuparmi del gesto successivo.

Ricordo anche l’esercitazione di caccia ai carri: mi sdraiai a terra e lasciai che un carro armato passasse sopra di me, nello spazio compreso tra i cingoli. Sapevo che si trattava di una procedura prevista e controllata, ma il corpo vedeva ugualmente una massa enorme che avanzava nella mia direzione: qualche mese prima ero a casa, fresco di diploma, e mia madre mi preparava la colazione; adesso rimanevo fermo mentre un carro armato mi passava sopra.

Queste esperienze non mi hanno fatto conoscere la guerra, perché dall’altra parte del campo c’erano soltanto buffe sagome, non soldati e cannoni che ti sparavano; alla fine dell’esercitazione saremmo rientrati in caserma e nessuno stava cercando realmente di ucciderci. Avevo però conosciuto la paura delle armi, la fatica, il rumore che impedisce di capire, il rischio dell’errore e soprattutto quel passaggio mentale nel quale l’attesa diventa più difficile dell’azione.

Forse una parte del coraggio nasce anche così: arriva il momento in cui continuare ad avere paura diventa insopportabile e ci si muove verso ciò che deve essere affrontato.

IL RITORNO

Durante la guerra questo meccanismo può permettere a un uomo di agire per mesi o per anni. Rimane però tutto ciò che ha visto e vissuto: i morti, i feriti, la fame, il freddo, le cannonate, le fughe, i compagni lasciati lungo il percorso, le azioni compiute e quelle che non si è riusciti a impedire.

Una persona può tornare fisicamente viva e portare con sé una ferita che assume forme diverse. Non tutti i reduci hanno sviluppato una malattia evidente e molti sono riusciti a lavorare, costruire una famiglia e partecipare alla vita normale; l’esperienza della guerra ha comunque segnato una divisione tra ciò che erano prima e ciò che sono diventati dopo.

Mio padre tornò definitivamente a Milano il 30 agosto 1945, dopo più di sei anni trascorsi tra il servizio militare, il richiamo, le campagne di guerra e la prigionia. Si presentò con la propria valigia e riprese una vita che era rimasta sospesa per un tempo lunghissimo.

Con me parlò di molte cose, mi portò allo stadio e fu il padre che ho conosciuto per tutta la vita. Della guerra raccontò poco. In casa non erano ammesse neppure le armi giocattolo e mia madre diceva che il papà sparava in aria e non aveva ammazzato nessuno: era forse il modo familiare di separare l’uomo tornato a casa dal soldato che aveva dovuto imbracciare un’arma. Poi, invece, avrei scoperto che era anche stato decorato per certi suoi interventi in mezzo al combattimento.

Oggi penso che la normalità costruita dopo la guerra fosse anche una sua risposta a ciò che aveva vissuto. Essere marito, padre e lavoratore; andare allo stadio con il figlio; vivere in una casa senza armi: tutte queste cose gli restituivano il mondo normale con il quale, al fronte, aveva cercato di mantenere il contatto attraverso le lettere.

Quando ho letto i diari, quell’altro uomo è entrato improvvisamente nella mia vita: ho riconosciuto mio padre, ma ho dovuto conoscerlo una seconda volta: più giovane di quanto fossi io nel momento della lettura, lontano da casa, affamato, infreddolito, armato e costretto a incontrare la morte.

La mia esperienza nei bersaglieri non può raccontarmi ciò che egli abbia realmente provato. Mi permette soltanto di riconoscere qualche passaggio: la paura che cresce durante l’attesa; il compito che a un certo punto occupa tutta la mente; il corpo convinto di non farcela e costretto a continuare; la responsabilità verso gli uomini che aspettano un ordine; il momento in cui ci si dice che bisogna andare avanti in mezzo al pericolo più grave.

Molti anni fa, durante quelle corse, mi capitava di piangere pensando a mio padre. Allora non conoscevo ancora tutto ciò che aveva scritto nei quattro quaderni e non sapevo che un giorno avrei dedicato tanto tempo a ricostruire la sua guerra.

Forse avevo già cominciato a cercarlo.

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