Lun. Mag 20th, 2024

2024

 

 




QUEL PASTICCIACCIO BRUTTO
DI VIA TRIBONIANO

 

 

 

I fatti sono reali, le ipotesi forse…

 

 

 

 

Alberto Schiavi

DOCURACCONTO

Quello che segue potrebbe essere considerato un “docuracconto”, in quanto si basa su fatti, dati e persone reali, che ne costituiscono il percorso portante, ma trova parziale espressione anche nella forma di racconto, in quanto include un’esplicita componente di auto interpretazione dell’autore, che copre con libere integrazioni, purtroppo solo verosimili, gli spazi lasciati dagli eventi non noti o incerti e non trascura le atmosfere e i particolari della vita reale dei tempi in cui i fatti si svolgono. Nel docuracconto si fondono la figura del narratore e del raccoglitore-organizzatore dei documenti ed anche di personaggio secondario, poiché si trova ad interagisce brevemente con il protagonista dei fatti, ne riporta l’impressione ed il ricordo direttamente percepiti.

INTRODUZIONE

A margine delle ricerche effettuate sul campo di calcio della Unione Sportiva Aldini di Quarto Oggiaro, anche in quanto utilizzato anche dalle “Calciatrici del ‘33”, scopro che detta società, fondata nel 1930, è stata sciolta ed il suo campo di gioco, situato in via Edmondo Aldini al 2, “espropriato” dai fascisti nel 1932, per essere affidato alla squadra del Gruppo Rionale Fascista “Loris Socrate”. Fin qui nulla di nuovo, sia per i connotati di violenza e soprusi tipici dell’epoca, sia per la conclamata e specifica intrusione nei fatti sportivi da parte del regime, che spaziò, per esempio, dalla fusione forzata Inter-Unione Sportiva Milanese del 1928, alla proibizione di giocare a calcio intimato alle Calciatrici del ’33.

Dopo la Liberazione, la società Aldini fu ricostituita e, fatto curioso è che, proprio per una sorta di rivincita nei confronti dei fascisti, di prima e di dopo, lo fece assumendo la denominazione “Renzo Novelli”, in onore dell’omonimo e celebrato partigiano, che, abitante in via Triboniano, adiacente a Quarto Oggiaro, aveva operato nella zona durante la Resistenza. In realtà, l’intitolazione di una squadra di calcio in onore di un partigiano caduto fu un fenomeno abbastanza diffuso a Milano del dopoguerra, anche se questo caso della Aldini possedeva un contenuto specifico di rivendicazione storica.

Per curiosità personale e per completezza, avvio una rapida ricerca in rete, per saperne di più di questo “partigiano di prim’ordine”, com’è definito sulla pagina storica della “Aldini”. La biografia del Novelli è in effetti interessante, ma è la sua conclusione a farmi sobbalzare letteralmente, quando, recando data e circostanza della sua morte: “La sua uccisione è legata a un tentativo di eliminare Giovanni Pesce”, una frase lapidaria e chiarissima, che pare non lasciare spazio a equivoci. A parte la curiosità che una simile frase conclusiva può già di suo suscitare, il sussulto nasce prima di tutto dall’apparizione imprevedibile ed inattesa di quel nome.

GIOVANNI PESCE

Negli anni Sessanta, abitavo vicino a piazza Bonomelli e il punto di ritrovo con gli amici era il bar Stella. Lì di fianco, al numero quattro, abitava Giovanni Pesce, comandante partigiano, organizzatore dei GAP e medaglia d’oro al valor militare. Ogni tanto appariva al bar, scoprimmo chi fosse e ci facevamo raccontare qualche sua avventura. Egli lo faceva con modestia, con distacco, con estrema sintesi e sempre sorridendo: sembrava un ragioniere in pensione che raccontava dei suoi trascorsi lavorativi in ufficio, tra contabilità e scartoffie. Tanto che a me, quell’uomo così audace ed intraprendente, giustiziere di nazisti e fascisti, fino al tentativo di uccidere Mussolini, finì con l’apparire quasi un ex attore, un mito del cinema che aveva interpretato il ruolo dell’eroe un vecchio film di guerra, in bianco e nero, ove il sangue e l’orrore si confondevano nei tanti toni di grigio.

Mi sorprendeva anche il contrasto tra la sua estrema razionalità e l’incoscienza che gli si poteva attribuire per avergli consentito di compiere azioni a così alto rischio.

Un contrasto ritrovato (e forse spiegato) leggendo, colpevolmente più tardi, i libri su di lui e quelli in cui egli si raccontava in prima persona: avrei conosciuto da lì le sue paure prima di un’azione, le lunghe riflessioni, le notti insonni prima di agire, fino allo scollinamento, alla decisione. E allora ecco lo studio metodico della situazione, la pianificazione dettagliata, il ricorso assoluto alle regole del combattimento estremo, l’isolamento dai compagni. Questo binomio potrebbe essere del resto alla base della “fortuna” che lo accompagnò in talune situazioni apparentemente senza via di scampo.  

Dopo un po’, quando cominciava a pesare in noi l’imbarazzo per la nostra storia vuota, a conviviale cospetto e confronto con cotanta memoria, si smetteva di chiedere e si finiva col parlare dell’attualità, della politica, della realtà e del mondo che si sognava, noi ragazzi e lui vecchio partigiano affatto disincantato.

Eppure, l’uomo dimesso che sedeva lì con noi al tavolino di una bar, portava nella memoria (e nel corpo, segnato dalle ferite subite nella guerra di Spagna, cui partecipò, diciottenne, da volontario) il ricordo di decine di azioni nelle quali aveva affrontato a viso aperto i nemici armati, aveva freddamente atteso gli inseguitori agli angoli delle strade, eliminandoli uno ad uno, era scampato alla cattura sfruttando l’ultimo colpo in canna o puntando la pistola, ormai scarica dopo un’azione (Cesarini, Caproni), verso chi provava a sbarrargli la strada puntandogli contro la sua, prima di gettarla a terra e fuggire.

Verrebbe tanto da continuare a parlare di Giovanni Pesce, ma dobbiamo proseguire con la nostra storia: per chi volesse saperne di più, alla fine di essa ci sono alcuni stralci di approfondimento (“Per saperne di più”) e la bibliografia.

Nel 2017, a dieci anni dalla morte, Milano gli dedicato una piazza, situata lungo la via Gallarate, all’altezza di via Pasolini.

Sono sorpreso, dunque, dall’incontrare il nome di Giovanni Pesce quale vittima designata di un attentato nell’agosto del 1945, ma anche perplesso, per il contesto temporale in cui il fatto si sviluppa: la guerra è finita da quasi quattro mesi e si tenta di assassinare un capo partigiano?

L’episodio, in realtà, mi aveva già sfiorato nella lettura del libro “Giovanni Pesce – Visone – un comunista che ha fatto l’Italia”, ma, evidentemente, mi era sfuggito, probabilmente a causa dell’abitudine di leggere i libri, romanzi a parte, non nell’ordine delle pagine, ma secondo l’attrazione che l’indice o altri vari elementi suscitano. Nel libro, essenzialmente una lunga intervista sulla sua vita e le sue azioni, ho ritrovato le poche righe che, a pagina 176, Giovanni Pesce, riserva all’episodio:

 “Han tentato di uccidermi … Io ero ad Acqui a riposarmi, perché io sono di Acqui, e c’era questo gappista, Novelli, che la polizia va ad arrestare con una macchina. Ma i compagni del quartiere danno l’assalto alla macchina, portano via una borsa e nella borsa c’era l’ordine di venire ad Acqui a prendere la salma di Giovanni Pesce… Così mi hanno salvato loro la vita e poi mi hanno lasciato in pace.”

Come si vede, non solo non ci sono spiegazioni, ma addirittura i dubbi, le perplessità, le domande crescono…

RENZO NOVELLI

Renzo Novelli, originario della provincia di Mantova, abitava vicino alla stazione di Milano Certosa, in via Triboniano. Giovanni Pesce, che lo apprezza per il prestigio e la stima conquistati durante i combattimenti in Val D’Ossola, gli affida, ventunenne, il compito, di organizzare un battaglione di GAP.

Nella primavera del ’44, nonostante la vicina presenza del presidio fascista di via Cittadini, inizia ad agire: attua un sabotaggio della linea ferroviaria vicino alla stazione Certosa, assale a Bollate un convoglio di mezzi sui quali i fascisti trasportavano dei partigiani catturati, riuscendo a liberarli, annienta l’avamposto fascista di Musocco, disarmandolo completamente, e crea il battaglione “Musocco-Vialba” della terza brigata GAP.

Nell’inverno successivo, Renzo Novelli ed i suoi uomini attaccano in via Stephenson una colonna della “Ettore Muti” e la mettono in fuga: è alto l’entusiasmo della brigata per aveva battuto il temuto e famigerato reparto della RSI e, sparsasi la voce dell’impresa, grande la stima acquisita presso i cittadini della zona.

Nell’aprile del 1945, Renzo Novelli si occupa della difesa delle fabbriche di Milano dalle rappresaglie tedesche.

L’AGGUATO

Arriviamo a quello che accade sabato 11 agosto 1945 a Milano, in via Triboniano numero 9.

Naturalmente, un resoconto certo, obiettivo, documentato, da presentare come solida verità condivisa, non è possibile: certamente ci sono i fatti inconfutabili, le testimonianze provate e ci sono, soprattutto, i morti, quelli veri e uno che morto non sarà, ma per la salma del quale è stato autorizzato preventivamente il trasporto. Ma una ricostruzione completa e condivisibile dell’accaduto, che spieghi ragionevolmente lo scopo della trama imbastita, il movente dei delitti, lo svolgersi delle indagini, l’esame delle prove, non c’è. Anzi, le contraddizioni, le incongruenze e le ipotesi al limite dell’assurdità offerte nei giorni seguenti l’accaduto operano proprio in senso opposto, come in tutti i casi che avremmo imparato a conoscere, nostro malgrado, nella lunga stagione nazionale delle trame e dei misteri e delle quali si incomincia già qui ad avvertire l’odore. Anche a non volere, insomma, si finisce col dare credito alla tesi di un complotto, specie se, come nel nostro caso, essa può essere dimostrata “per assurdo”: dalla negazione di tale tesi, infatti, ne scaturirebbe una sequenza di passaggi logico-deduttivi e conclusioni contraddittorie e incoerenti, tali da portare alla sua falsificazione, cioè il “non complotto”.

Ho pensato quindi di lasciare qui alle fonti il compito di descrivere direttamente i fatti, come e quanto esse hanno potuto, saputo o voluto fare, aggiungendo, quando necessario, solo qualche nota di collegamento, qualche riflessione o commento.

Corriere d’Informazione – Domenica 12 agosto 1945 – Pagina 2

Carabiniere ucciso in un conflitto – Un appello del comandante la legione

Ieri alle 14 si è avuto un grave conflitto fra i carabinieri della caserma di via Moscova è un individuo colpevole di vari reati.

Il brigadiere Lorenzo Foggi, di 24 anni, insieme con l’appuntato Sante Busso e col carabiniere Carmine Saccone riceveva l’ordine di procedere all’ arresto di tale Renzo Novelli, di Giuseppe, di 22 anni, da Marmirolo, abitante in via Triboniano 9. Recativisi in automobile, il Foggi e il Busso salivano al domicilio del Novelli, il quale intuendo la ragione della visita, appena aperto l’uscio sparava a bruciapelo due colpi di rivoltella contro il Foggi che, colpito mortalmente, si accasciava sul pianerottolo. Il Busso rispondeva al fuoco e nello scambio di rivoltellate entrambi rimanevano feriti non gravemente.

Richiamato dalle detonazioni accorreva il carabiniere rimasto di guardia all’automobile; ma appena saliti i primi gradini veniva circondato da un gruppo di amici del Novelli che lo percuotevano brutalmente. Il Busso e il Saccone, solo dopo un’accanita colluttazione, potevano aver ragione degli assalitori. Nel conflitto anche il Saccone ha riportato varie lesioni ed è stato ricoverato all’Ospedale Maggiore insieme con il Busso e col Novelli, che è piantonato; la salma dal brigadiere è stata trasportata all’obitorio.

Il Novelli, che nel periodo della lotta clandestina si era infiltrato nei GAP, nei giorni successivi all’ insurrezione si era reso colpevole di varie rapine e dell’uccisione di alcune persone. Pure i tre carabinieri avevano partecipato come partigiani alla lotta di liberazione distinguendosi per il loro comportamento, tanto che il brigadiere Foggi era stato proposto per la medaglia d’argento al valore partigiano.

Nel tardo pomeriggio, il colonnello dei carabinieri Levi, in una riunione di ufficiali dell’Arma alla caserma di via Moscova, ha vivamente stigmatizzato sto il tragico episodio.

Ha poi rivolto un appello alla stampa e alla popolazione perché ricordino i continui sforzi i sacrifici che l’Arma compie per mantenere l’ordine in condizioni estremamente difficili e con un armamento inadeguato. «Non esiste – ha dichiarato il colonnello Levi – un’Arma dei carabinieri reali o repubblicani ma semplicemente un corpo che lotta ogni giorno per il mantenimento dell’ordine e della tranquillità dei cittadini. L’ostilità di alcuni gruppi della popolazione e la propaganda di certi ambienti a verso l’Arma rendono difficile il compito dei carabinieri. Molti di essi hanno duramente valorosamente lottato durante il periodo dell’oppressione, meritandosi la stima ed il riconoscimento di tutti. Il caduto nel conflitto era una fulgida figura di combattente per la libertà ed era stato proposto per un’altra ricompensa al valore partigiano».

Qui, il Corriere d’Informazione, quotidiano del pomeriggio del Corriere della Sera, riporta la cronaca dei fatti di via Triboniano il giorno dopo il loro accadimento, offrendo subito diversi spunti di osservazione, sui quali ritorneremo più avanti, ma che già si lasciano leggere come pesanti indizi di pre-costituzione a tema.

  1. Il Novelli, che nel periodo della lotta clandestina si era infiltrato nei GAP, nei giorni successivi all’ insurrezione si era reso colpevole di varie rapine e dell’uccisione di alcune persone.  

Renzo Novelli non si era infiltrato nei GAP, come spia fascista dunque, ma era il comandante del battaglione GAP Musocco-Vialba, alle dirette dipendenze di Giovanni Pesce, medaglia d’oro al valor militare! Non fu mai dimostrata, poi, alcuna ipotesi di omicidio a suo carico, tanto che, oltre ad avere avuto intitolata a suo onore una squadra di calcio ed un campo sportivo, ancora oggi è posta in sua memoria, davanti allo stabile ove fu assassinato, una lastra-ricordo di “partigiano combattente”, come tanti altri morti in azione. E il pezzo, non firmato, ci va giù duro: varie rapine e diversi omicidi! Sono passati solo tre mesi dalla liberazione, ma qualcosa, al Corriere, non ha funzionato, mentre funzionano già, male, ma funzionano, i “servizi deviati” …

  1. Recativisi in automobile.

Era un’ambulanza! Perché i carabinieri non vanno con la camionetta di servizio o almeno con un’automobile normale ad arrestare un pericoloso criminale? Si tenterà poi, ridicolmente, di spiegarlo…

  1. Richiamato dalle detonazioni accorreva il carabiniere rimasto di guardia all’automobile; ma appena saliti i primi gradini veniva circondato da un gruppo di amici del Novelli che lo percuotevano brutalmente.

È passato al massimo un minuto da quando i due carabinieri sono saliti all’appartamento di Novelli: si ode uno sparo e il terzo carabiniere, di guardia all’autoambulanza, accorre subito in aiuto ai suoi compagni: ma, guarda, c’è già un gruppo di amici del Novelli ad aspettare i carabinieri per percuoterli brutalmente! Come fanno ad essere già lì? Chi li ha avvisati? Nemmeno col telefonino di oggi…

  1. Pure i tre carabinieri avevano partecipato come partigiani alla lotta di liberazione distinguendosi per il loro comportamento, tanto che il brigadiere Foggi era stato proposto per la medaglia d’argento al valore partigiano.

Potrebbe anche esserci stata una proposta, ma non ne ho trovato traccia, la medaglia no di certo.

(segue)