Sommario

ALLA RICERCA DEI CAMPI: IL RACCONTO

L'INIZIO

In molti casi il grosso del lavoro era già stato fatto sulle pagine di Vecchia Milano Calcistica, Skyscrapercity, ecc. I campi spesso già individuati ed ubicati con indirizzo più o meno preciso, talora solo collocati in un quartiere, in una zona e in attesa di ulteriori approfondimenti. Sono stati inizialmente pochi i campi scoperti senza che prima se ne conoscesse l’esistenza in rete. Ma anche quando il più era fatto e restava poco da aggiungere, la ricerca è consistita nel trovare precisi ed inconfutabili riscontri nella zona urbana circostante: un palazzo, una ferrovia, uno scorcio qualunque, anche solo un muro, che, per confronto con foto storiche o per riscontro diretto attuale, potessero dare certezza e precisione finale alla individuazione e per considerare il “riconoscimento” avvenuto senza dubbi residui. Oppure se qualche dubbio rimane, non è in grado di controvertere le conclusioni raggiunte con le altre prove fotografiche, documentali, analitiche.

La ricerca vera e propria è spesso affiancata o soverchiata dalla sua narrazione, cui l’autore, spinto dalla passione, non riesce a sottrarsi.

La passione nasce dal fascino dei ricordi d’infanzia e giovinezza. Dal rimpianto di un passato di miti noto solo attraverso i racconti delle persone conosciute o di quelli che ci hanno lasciato parole ed immagini. Dalla passione per il calcio, per le mille e più di mille partite viste sotto un cielo sempre grigio o nella nebbia, palloni colori maglie, sguardi di giocatori che incrociavano il mio. Passione per le Milano che furono nei secoli e negli anni, per il rumore delle sue fabbriche, per le sirene delle otto, di mezzogiorno, dell’una e delle cinque: campanili che scandivano il tempo industriale e cittadino. Per i campi che ancora rimanevano tra le case di periferia e consentivano di tornare a casa prima percorrendo un sentiero incerto tracciato dai passi o dalle ruote di bicicletta. Per i tram, che spuntavano dal capolinea ancora ai confini dei prati brumosi d’autunno… Per le frasi in dialetto che ancora sopravvivevano, mentre tante sue parole morivano ancor prima di essere pronunciate. Chi questa passione non sente probabilmente si chiederà il motivo, lo scopo, l’utilità di una simile ricerca: i destinatari saranno quindi pochi. Gli altri, i più, che per caso ne venissero a conoscenza o che solo la dovessero incontrare, non solo sappiano “che non s’è fatto apposta”, ma che proprio non abbiamo potuto farne a meno… 

IL PIME

Tutto è iniziato quando ho visto in rete la fotografia riportata sopra. La didascalia indicava una partita a Milano del 1914 tra Unione Sportiva Milanese e Legnano. Sullo sfondo una costruzione particolare, con caratteristiche inconfondibili, compreso il campanile: sicuramente un edificio religioso, una chiesa con convitto, un convento, un istituto ecclesiastico? Dov’era? Dov’è? Mai vista! Dovrebbe essere semplice avere la risposta: cercare in rete notizie sulla USM, rilevare l’ubicazione del campo, contestualizzarla al giorno d’oggi (al dì d’incoeu) e vedere se l’edificio esiste ancora!

A quel tempo ero ancora all’oscuro di Vecchia Milano Calcistica e di Stefano Pozzoni coi suoi Derby dimenticati e neanche frequentavo le pagine di Milano Sparita su Skyscrapercity, tutte fonti che avrei scoperto in seguito, mano a mano che procedevo a ricercare campi e squadre. Allora, salvo i miei ricordi e le mie conoscenze su Milano, partivo da zero. L’Unione, nel 1914, giocava indubitabilmente sul campo di via Stelvio, che abbastanza in fretta riuscii ad ubicare con precisione, grazie alla ricerca documentale e fotografica resa possibile dal materiale disponibile in rete. Ma, lì attorno, alla Bovisa, né su Google Earth, né sulle mappe d’epoca, non c’era traccia di edifici siffatti.

Per farla breve, dopo aver sorvolato Milano con Google Earth decine di volte alla ricerca di un campanile riconducibile al ricercato, dopo aver passato al setaccio ogni traccia odierna e passata di edifici religiosi in città, arriva la prima grande emozione di un Riconoscimento: non so con quale parola chiave (istituto religioso, convento, frati, seminario, ecc.), ma un bel giorno quell’edificio mi appare in una cartolina d’epoca, quella riportata qui sotto: era (ed è, come si vede nella fotografia successiva) il PIME, Pontificio Istituto Missioni Estere. Eureka! Con tanto di indirizzo-conferma!

Il PIME oggi in un’immagine tratta dal sito dell’Istituto.

Come scoperto più tardi, era usuale allora scambiare i campi di gioco, spesso per motivi di impraticabilità: la partita si giocava sul campo della Libertas di via Bersaglio, in fondo a via Monte Rosa. Da quel Riconoscimento, che mi emozionò, dopo notti con quel campanile che mi appariva in sogno, partì la passione della ricerca. Qualche giorno dopo andai in via Monte Rosa e scattai qualche foto, come quella riportata sotto, rendendomi conto di come la contestualizzazione odierna di un sito, rispetto a quella coeva, risulti sorprendente, al limite dell’inaccettabile, e la renda molto difficile. La città è cambiata e orientarsi negli gli ambienti di allora con fotografie vecchie cent’anni a volte è stato veramente difficile: si sommavano due difficoltà nella visualizzazione di confronto contestuale tra le due epoche. I campi di gioco apparivano adagiati in uno spazio aperto di campagna, spesso delimitati da rogge o massicciate, sempre affondati tra gli emergenti piani stradali di urbanizzazione e circondati da prati incolti e alberi stecchiti (non so perché lo fossero). Questa visione impediva di rintracciarli o anche solo immaginarli guardando gli spazi stretti ed affollati di oggi. Al contempo gli sfondi di campanili, chiese, cascine, palazzi e locomotive fumanti risultavano appiattiti nella distanza dalla tecnica fotografica del tempo: sembravano allora a chilometri dietro il campo e invece erano di là dalla la strada, la stessa di oggi.  

La chiesa di san Francesco annessa al PIME vista da via Monte Rosa: il canpo era dall’altra parte. Inconfondibile il campanile inquadrato a sinistra nella foto d’epoca.

L'EMOZIONE

Più avanti avrei trovato e acquistato il libro di Stefano Pozzoni sul quale il campo (e altri, naturalmente) era già stato ubicato.

Ma la fatica della ricerca e l’emozione del risultato avevano già scatenato l’idea di proseguire, a valanga, incoraggiato dalla scoperta del fatto che altre persone che erano appassionate allo stesso tema: quindi questo non è solo un piccolo documento di ricerca, ma anche un racconto di emozioni. Molti campi erano (e sono) ubicati da sempre in maniera chiara ed univoca, testimoniata da immagini e documenti facilmente reperibili, quindi facilmente collocabili nel contesto urbano odierno: un semplice riordino, un perfezionamento di quanto già fatto da altri in caso di piccoli errori, un completamento, un censimento generale, che mi risultava non ancora compiuto. Ma l’emozione era altrove, con l’esultanza che ne seguiva: scaturivano dalla scoperta e dal riconoscimento definitivo di un ex campo di calcio sconosciuto o sperduto, situato una volta in un luogo ignoto ed inimmaginabile della città, oggi così cambiata. Un prato dove rotolava un pallone spinto da un’immensa passione, un prato come centinaia (sì, tanti ce n’erano) di altri poi sommersi dalla città e dalle sue case: testimoni essenziali a rivelarne l’esistenza, di quelle case sono rimasti i muri che ai campi di allora facevano da sfondo o da contorno. Sopravvissuti  fino a oggi con le stesse finestre, con gli stessi balconi dai quali in un’altra era i milanesi si affacciavano la domenica a guardare quel pallone rotolare…

LA RICERCA E IL RICONOSCIMENTO

La ricerca riguarda i campi di calcio di Milano, dalle origini del gioco sino ai giorni nostri, ossia fino a quando la città non ha assunto la conformazione urbanistica attuale e pressoché definitiva, quindi, grosso modo dal 1900 al 2000, un secolo bello tondo, il secolo del calcio.

Essa copre necessariamente anche tutte le squadre di Milano che su quei campi hanno giocato, dalla massima serie fino alle categorie inferiori e giovanili, quale testimonianza storica della città e della sua passione civile e sportiva, oltre che dei miei amarcord personali.

Ma torniamo ai campi. Molti evidentemente sono spariti, e su questi si sono concentrate particolarmente attenzione e curiosità, altri sono ancora in esercizio e ci si gioca ancora a pallone, come cent’anni fa. Il sigillo finale, la validazione di ogni ubicazione, è costituito dal riconoscimento incontrovertibile del luogo, dell’orientamento, delle dimensioni del campo di allora attraverso riferimenti documentali e fotografici riferiti al contesto urbano odierno. Palazzi, campanili, ferrovie, stabilimenti, fiumi (uno, l’Olona) sono stati i testimoni ancor viventi dei luoghi di gloria e di passione del calcio e della gente di Milano. Come accade per i testimoni di un processo scomodo, spesso è stato difficile trovarli e vincere la naturale reticenza, talora erano lì davanti a me e non li vedevo, qualche volta sono apparsi per caso mentre cercavo altro, talvolta perfettamente immutati dopo cent’anni, oppure al contrario, resi irriconoscibili dal tempo e dagli uomini.  Anche le ombre hanno contribuito: quelle allungate dei giocatori in freddi pomeriggi invernali a determinare l’orientamento e quindi il riconoscimento del campo.

Il lavoro è il risultato della convergenza di tre linee d’indagine: una naturalmente di carattere storico calcistico, legata alle squadre, al pionierismo, allo sviluppo del gioco in città, al suo evolversi nel tempo; un’altra riguarda il contesto sociale ed urbanistico nel quale il calcio, i suoi protagonisti, i suoi miti si sono trovati ad abitare; l’ultima, frutto di un approccio personale rigoroso ed al contempo emozionale, tendente a determinare l’ubicazione precisa, univoca e definitiva del campo sportivo sia sulla mappa cittadina dell’epoca (quando possibile dell’inaugurazione), sia in quelle di epoche successive, disegnate via via dalla storia e dallo sviluppo della città.

Sullo sfondo la Milano che avanza, la sua storia, la sua grandezza, il suo civismo, le sue industrie, le sue avanguardie, la sua accoglienza. Milano con cento campi di calcio, prati contesi all’urbanizzazione incombente, sui quali, tra una guerra e l’altra, generazioni di ragazzi diventavano uomini rincorrendo un pallone infangato. Milano leader anche nel calcio: nei gironi di qualificazione del maggior torneo nazionale del 1914 -15 contava infatti ben otto squadre: AC Milanese, Inter, Juventus Italia, Milan, Nazionale Lombardia, Racing Libertas, Savoia Milano, US Milanese. Altre tre (Mediolanum per prima, poi Enotria Goliardo e Stelvio,) portarono in tutto al numero di dieci le squadre di Milano ad affacciarsi nel massimo torneo in tutta la storia del Campionato Italiano di Calcio: alcune avrebbero raggiunto successo e gloria, tra meteore, fusioni, abbandoni, guerre e fascismo.

DULCIS IN FUNDO: LE CALCIATRICI DEL 1933

Cercando notizie sui campi, s ‘incontravano le squadre, i giocatori e tutti i personaggi di quel mondo: se ne scoprivano le storie, le passioni, le speranze, i drammi, rimanendone coinvolti, immersi in quelle storie e in quelle atmosfere per giorni e giorni. Qualche volta un evento od un personaggio finivano con lo stimolare un approfondimento laterale e allora si attivava automaticamente uno scambio che, deviando dal binario principale della ricerca dei campi, ci conduceva in altre storie, in altri personaggi, in altri drammi, che coinvolgevano ulteriormente: poi un altro deviatoio, un’altra storia. All’infinito.

Ad un certo punto, mi sono imbattuto in rete nel mondo delle calciatrici, sia attraverso la ricerca di Marco Giani che con la pubblicazione collegata del libro di Federica Seneghini: ne è nata una collaborazione intensa ed appassionata, con la quale il mio lavoro ha potuto trovare un inaspettato sbocco, fuori da una striminziata cerchia di condivisione, per contribuire ad un lavoro professionale di ricerca storica. 

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