Si parva licet componere magnis
CALCESTRUZZO: PERCHE' SI CHIAMA COSì?
Nella lingua italiana, un conglomerato composto da cemento, acqua e aggregati (o inerti: sabbia, ghiaia, ecc.) è chiamato CALCESTRUZZO. Questo termine, curioso e non proprio campione di armonia e brevità, non trova equivalenti o altri termini simili fuori dall’Italia. Anche in Italia, anzi, deve ancora coesistere, almeno nella lingua parlata, con i più genuini termini dialettali di BÜTÜM o BITÜM, parenti stretti del più internazionalmente diffuso BETON o BETÒN, utilizzato in Germania e Francia, in primis, ma anche in molti altri paesi nel mondo, ad eccezione di quelli anglofoni, nei quali il nostro CALCESTRUZZO è indicato con il termine CONCRETE, e di quelli ispanofoni, ove esso varia in HORMIGÒN.
Vediamo di mettere un po’ d’ordine e di capire come si è arrivati a questa complessa e curiosa situazione, naturalmente rivolgendoci alla storia delle parole e cominciando dall’italiano.
Il termine CALCESTRUZZO non ha alcun riferimento con il noto pennuto, ma deriva dal latino “calcis structio”, cioè “struttura composta da calce” (termine che probabilmente deriva dal greco “chalikos”, “ciottolo”), ad indicare un conglomerato artificiale, ottenuto dall’impasto costituito da un legante con acqua, sabbia e pietre o loro frammenti.
Fin qui, l’etimologia del termine nella lingua che fu di Dante e che presenta però in argomento un paio di curiosità.
La prima deriva dall’osservare che dal curioso e un po’ goffo vocabolo “CALCESTRUZZO” non deriva nessuno dei termini che dovrebbero necessariamente nascere dalla sua radice CALCESTRUZZ-. Anche un’infinità di nomi aziendali prende corpo dalla più diffusa ed eufonica radice BETON-, come ad esempio: betoniera, betonaggio, betonpompa, Beton Rossi, Mondial Beton, ecc. In verità, dal vocabolo “CALCESTRUZZO” un termine deriva ed è “calcestruzzaio”, ad indicare il produttore di calcestruzzo. Esso è di uso fortunatamente solo verbale e, a certe latitudini, esso declina addirittura in “calcestruzzaro”, forse a fare il pari con “palazzinaro”. Ma in ogni caso né il prodotto, né il produttore ne escono gratificati…
L’altra curiosità della lingua italiana, inerente il nostro CALCESTRUZZO, consiste nell’osservare che esso è ancor oggi talora ordinato come “cemento” (inteso proprio come CALCESTRUZZO, ossia una parte, il legante, per il tutto). Solo approssimazione verbale di cantiere? Macché! Armato a dovere con barre e staffe, il CALCESTRUZZO è stato da sempre ed è ancora “cemento armato”, non senza la dotazione dell’applicatissimo acronimo “c.a.”, presente anche su leggi, progetti e testi, oltre che naturalmente nel linguaggio corrente di settore. Meno male che oggi la scarsa accuratezza è in fase di superamento e anche Wikipedia lo definisce finalmente come “calcestruzzo armato”!
Detto che la più antica costruzione in CALCESTRUZZO, ancor oggi esistente al mondo, è il Pantheon dell’antica Roma, quando in realtà il prodotto era chiamato “opus caementicium” e che, a differenza dell’odierno CALCESTRUZZO, esso annoverava quali leganti calce aerea e pozzolana al posto dei moderni cementi, passiamo ad esaminare i termini con i quali il CALCESTRUZZO è definito nel resto del mondo.
Nei paesi di lingua spagnola, l’italiano CALCESTRUZZO trova un’altra espressione curiosa: “hormigon”, letteralmente “formicone”. I due termini, l’italiano e lo spagnolo, appaiono infatti accomunati dal poco rassicurante richiamo a specie animali (struzzi e formiche) non proprio simboli di resistenza e solidità. “Hormigon”, in realtà, deriva dal latino, “formicō” o “formáceo”, che alludono alla qualità peculiare e fondamentale del prodotto di esser “modellato”, “cui si può dare forma”. E pare un’etimologia che dà una bella e coerente immagine al prodotto (per quanto riguarda la fonetica è noto che dal latino allo spagnolo generalmente la “f” diventa “h” muta).
Nei paesi ove si parla inglese, come detto, il CALCESTRUZZO è indicato con il termine “concrete”, anch’esso di origine latina quale composto di “cum” più” creto” (participio passato di “crescere”), a significare un “composto”, un “corpo composto da elementi diversi”, ossia “conglomerato”, potendoci forse vedere la derivazione dell’aggettivo “concretus” nel significato di “solido” (“concretum corpus ex elementis”). Il termine “concrete” appare indubbiamente più elegante ed aderente all’icona di solidità e concretezza che rappresenta. Pensiamolo in italiano: dieci metri cubi di “concreto”, “Concreti Rossi”, “Mondial Concreto” ed i derivati “autoconcretiera” e fors’anche “concretaro”. Bello, no?
Nel resto (o quasi) del mondo, il nostro bel conglomerato si chiama “beton”, anche qui dal latino e precisamente da “bitumen” (dal sanscrito “batu-“), ove indicava una materia naturale, untuosa e infiammabile, di colore nero-giallastro, equivalente al greco “asfaltos”. Forse per la comune capacità legante, che lo accomunava al cemento, è passato ad indicare il CALCESTRUZZO, mentre oggi, con “bitume” ed “asfalto” si indicano, come noto, prodotti ben diversi.