I DIARI DI DANTE

I
QUADERNO I
Scritto a Cavtat - Ragusa dal 27 settembre 1941 all’11 ottobre 1941
Periodo narrato compreso tra il gennaio 1916 e l’agosto 1940
Aggiunta della sovracopertina: Hvar - Zavala - Stazione il 21 giugno 1942

AVVERTENZE

Il testo dei Diari di Dante è riportato su una colonna principale, affiancata a destra da due colonne di raffronto e complemento, nelle quali sono riportati gli stralci di due testimonianze “speciali”: sono quelle lasciateci da chi ha condiviso da vicino con il papà quelle tragiche vicende: in particolare con quelle di Sergio Quaglino e di Luciano Scalone. Il primo è stato un ufficiale che ha scritto un libro di assoluta valenza memorialistica storica, descrivendo fatti, luoghi e persone coniugando in un perfetto equilibrio la passione determinata dagli eventi con il manifestarsi di questi nel loro contesto storico-militare. Il secondo un semplice ragazzo del Sud gettato nella tragedia, che ha sentito il bisogno e realizzato il forte desiderio di raccontarne la sua partecipazione, con sincerità di sentimento e semplicità di linguaggio.
La disponibilità di tali elementi di riferimento storico-fattuale ha reso l’attività di trascrizione dei Diari di Dante ancora più emozionante ed ha conferito ad essi un più consistente valore memorialistico, attraverso confronti, chiarimenti e contestualizzazioni di fatti, luoghi e circostanze.
Su PC e tablet, il testo del diario e il contenuto delle colonne a lato sono visibili affiancate, per quanto possibile cronologicamente, mentre su smartphone le note appaiono alla fine di ciascun blocco.
Nelle colonne di raffronto e complemento, il racconto di Dante è affiancato e correlato a destra anche da:

– Cronologia essenziale internazionale
– Note esplicative o a commento del testo
– Collegamenti esterni o ad altri articoli interni sullo stesso tema (Categoria “EXTRA”, per esempio)
– Immagini e mappe

Il collegamento tra il contenuto dei Diari e quello dei due testi principali di raffronto è segnalato con una nota (in apice) solo se il nesso è specifico e circostanziato, altrimenti il raffronto è lasciato alla cura ed all’interesse del lettore con l’ausilio delle date, evidenziate all’uopo in grassetto su tutti e tre i testi.


Il collegamento tra parti del contenuto del testo dei Diari
ed elementi presenti nelle colonne di raffronto e complemento (comprese parte delle immagini) è segnalato da una sottolineatura.  Alcuni elementi presenti nella colonna di complemento (comprese alcune altre immagini) hanno invece solo un riferimento generico con il racconto e sono quindi privi di un collegamento specifico.
[NdT] indica una “Nota di Trascrizione” inserita direttamente nel testo.
Le immagini con bordo e didascalia di color cremisi provengono dalla raccolta pesonale di Dante.
Qui di seguito sono riportati ulteriori formati utilizzati per ulteriori contenuti.

Cronologia essenziale

(1) – Riferimento numerico in apice – Note relative a personaggi citati nel testo dei Diari

Testo tratto dal libro del Ten. Sergio Quaglino

Testo tratto dal libro del Bers. Luciano Scalone

Prima delle Armi (1916 - 1936)

IL RACCONTO
1916

All’alba del 30 gennaio 1916 i primi respiri del piccolo Dante furono nella casa di Cascina Torretto nel comune di Arena Po. Mentre il piccolo in ottima salute cresceva sotto lo sguardo della mamma e del papà, all’età di mesi nove sfortunatamente si trovava in braccio alla mamma sulla porta della casa quando un colpo di vento faceva sbattere forte la finestra della stanza da letto e Dante veniva ferito dai vetri rotti sopra l’orecchio destro, portandone il segno per tutta la vita. In breve tempo il piccolo guariva senza sofferenza. Il primo viaggio, l’11 novembre, San Martino, quando il papà prese in mezzadria il terreno della signora Salvadio e si traslocò portando la poca roba di casa nella nuova abitazione di Santa Maria, nel comune di Stradella.

1918

Dante, all’età di anni due, la sorella Rosa di cinque, la piccola Luisa di mesi otto e la cara mamma finirono tutti a letto ammalati di spagnola nel gennaio del 1918: la mamma morì e il papà aspettò che i tre orfanelli guarissero. La povera nonna Amalia ci fece da vera mamma fino ai miei 19 anni,  sebbene già madre di nove figli, compreso il papà Cesare. Giunto all’età della scuola, Dante, studiava con tutta la sua volontà ed anzi al giovedì piangeva perché la nonna non lo lasciava andare a scuola.

1926

Prima degli esami della terza classe mi infortunai ad un piede, ma, per poter fare comunque gli esami, mi feci portare a scuola dal papà e fui promosso. All’occorrenza il papà già mi prendeva con sé per aiutarlo in qualche lavoretto nelle mie possibilità. Io, birichino, diverse volte mi rifiutavo e piagnucolavo perché volevo rimanere a casa per giocare con i miei amici. La scuola della quarta classe è a Stradella città, non più a Casa Massimini, dove avevo frequentato le prime tre classi. Siamo nell’anno  1926 e l’11 novembre si traslocava a Torre Sacchetti, in quanto il papà si era accordato per lavorare con il signor Busoni Luigi, che aveva un cavallo di nome Pino, che diventò la mia passione e sul quale mi fu concesso di poter salire con enorme gioia, anche se con ciò incominciavo a perdere la voglia di studiare. Comunque in quarta e in quinta fui promosso con l’insegnante Barassi Evelina, mentre in sesta classe la maestra era la signora Gola Maria. Adesso la scuola era tornata mista come la prima, seconda e terza, ma, all’età di anni 12, oltre a studiare, si incominciava anche a scherzare con le amiche di scuola.

1929

Nell’estate 1929 al papà si unirono i tre zii Camillo, Osvaldo e Amedeo per prendere a mezzadria la Cascina Novo, in comune di Arena Po, di proprietà del cavalier Locatelli Giovanni. Dante terminò le sue scuole elementari con i voti di studio discretamente belli, mentre si divertiva con gli amici Ernesto, Orlando e Domenico. Si andava sulla strada della Rocca a giocare alle bocce con i sassi migliori che si potevano trovare; pur sapendo che erano cose non belle, lo facemmo parecchie volte, specialmente quando la maestra non ci dava compiti da fare o lezioni da studiare. Venne la promozione e dopo pochi giorni, Dante veniva preso con lo zio Camillo ad incominciare i lavori alla Cascina Novo, anche se il dover lavorare il lasciare gli amici in vacanza non mi pareva tanto giusto. La strada per andare al lavoro era lunga, ma Dante non sapeva ancora andare in bicicletta ed a piedi ci si stancava molto. Al sabato sera era molto bello perché andavo a casa a rivedere la nonna, il papà e le sorelle Rosa e Luisa. Alla fine dell’estate la sorella Rosa lasciava la famiglia per andare a lavorare dal signor Nagel a Stradella. Tra gli amici coi quali si giocava si incominciava a vedere anche qualche ragazza: Dante aveva trovato in Elena l’amica preferita con la quale che tante volte preferiva e desiderava divertirsi. Alla Cascina Novo abitavano Gino, figlio del mezzadro già lì abitante e sua sorella Gina, mentre di tanto in tanto veniva anche il cugino Gino, figlio dello zio Camillo. C’era tanto da lavorare, ma non mancava il divertimento: con i nostri risparmi riuscimmo a procurarci un carrettino, con il quale, su di una bella discesa che c’era dietro alla Cascina,  noi quattro ne combinammo di tutti i colori. Nel cortile c’erano sempre biciclette e a mezzogiorno Dante ne prendeva una e scappava sul viale bel diritto e pianeggiante con una gran passione di imparare ad andare in bicicletta. Ogni tanto lo zio Camillo mi sgridava, ma tutti giorni se ne commetteva una nuova, fino a quando non ebbi il coraggio di chiedere allo zio di procurarmi una bicicletta con la quale poter andare a casa, pur con tutto il via vai che c’era sulla via Emilia.

1930

Il nuovo trasloco avvenne l’11 novembre del ’29: si carica la roba, si salutano gli amici e l’amica Elena e si lascia Torre Sacchetti: la famiglia si ricompone e si ritrova in un bel numero di persone, con cugini e cugine. Tra uno scherzo e l’altro, il lavoro non mancava. Il cugino Carlino, fratello del Gino, ben  superiore d’età, mi comprò i piccioni e i conigli e così il lavoro aumentava sempre più: c’erano da fare le cassette dei piccioni, le gabbie per i conigli e anche un casino da costruire dietro il forno con calce e cemento che ci si procurava dai muratori. A Dante venne il coraggio di chiedere al babbo di comprargli la bicicletta, dopo essersi più volte lamentato di dover andare a piedi da una parte all’altra e specialmente dallo zio Amedeo: chiederla sempre in prestito del resto era antipatico, anche perché, di tanto in tanto, c’era qualche caduta: mi ricordo quando una volta, sulla discesa di Bosnasco, feci un bel volo procurandomi una bella ferita al ginocchio sinistro, ma per la bicicletta non ci fu nessun danno.

Il giovanotto ormai portava i pantaloni lunghi, aveva il vestito blu a doppio petto e giocava da portiere nella squadra di calcio di Bosnasco, mentre prezzi erano tutti in aumento. Dai e dai il bel giorno del 30 agosto 1930, era domenica ed era il compleanno della sorella Rosa, Dante andava finalmente a Stradella con papà Cesare a comperare la bicicletta da Rogledi: se ne tornò a casa con una Wolsit. (1), pagata la somma di lire 326, con la garanzia di anni tre. Il papà vuole subito imparare ad andare in bicicletta, come d’accordo prima di comprarla: così alla sera, dopo cena, il papà iniziava ad andare in bicicletta sullo stradone, con l’aiuto del cugino Carlo e dello zio Amedeo. Prima dell’autunno il papà avrebbe imparato ad andare in bicicletta. Dal signor Locatelli lavoravano due signorine: l’Angela e la Maria. Alla sera ci si trovava la maggior parte dallo zio Amedeo, si facevano i basturnoni (2) e i baiocchi, si giocava a pepa tencia e si scherzava. Incominciavano a piacermi i baci dell’Angela e della Maria: più di una volta m’han mandato fuori di casa per baciare l’Angela (? – NdT). Al Cardazzo c’era un salone dove si ballava e alla domenica ci andavo, ma solo a vedere, perché di ballare non ero capace. C’era spesso da bisticciare col papà perché anche lui aveva il diritto di andare con la bicicletta a trovare la sorella o il fratello, che non desideravano altro. Con la Gina c’era già una certa amicizia ed era nostro desiderio di stare assieme il più che si poteva. Con i soldi che prendevamo vendendo i piccioni si compravano la brillantina, il profumo e le caramelle. Alla domenica si andava nell’aprile a prendere i gamberoni per il signor Locatelli, che sempre mi dava la mancia.

1931

La sera del 18 agosto 1931, trovandomi accanto al fuoco in casa del cugino Gino scherzavamo, nell’angolo c’era un falcetto e il cugino si tagliava gravemente ad un piede; la zia Lidia non sapeva più cosa fare: il sangue usciva a grande forza e nessun altro era in casa, così il cugino veniva medicato e portato a letto. L’indomani mattina lo zio Camillo riprendeva la zia perché la sera non l’aveva avvertito; comunque, in due settimane, il cugino si sarebbe perfettamente ripreso.

Siamo in un giorno piovoso del mese di novembre e lo zio Camillo e il papà si trovano al mulino. Dante prende con sé il piccolo cugino Luigi, figlio dello zio Amedeo e sale sul noce che c’era nella corte: Luigi stava sotto e, a mano a mano che Dante faceva cadere una noce, Luigi la prendeva e se la metteva nel berretto. Il berretto era quasi pieno che arriva il Nildo, il figlio del droghiere, che portava la spesa al signor Locatelli: per scherzo il giovane fingeva di rubare le noci al piccolo Luigi, ma Dante, mentre incoraggiava il piccolo cugino a non farsele prendere, si allontanò un tantino dal ramo dove stava aggrappato e scivolò dal ramo, cadendo sulla strada. Dante fu preso dallo zio Amedeo e dal fattore Giovanni e trasportato all’Ospedale di Arena Po. Dante si lamentava per il dolore e quella notte dormì male, ma non voleva restare in ospedale.  L’indomani Dante si rimetteva con i suoi sensi al posto giusto e avrebbe voluto scappare dall’ospedale, in quanto non aveva ferite o ammaccature , ma fu trattenuto per ben cinque giorni. Il dottore continuava a prendere in giro Dante chiedendogli se le noci erano buone, Dante s’arrabbiava un pochino ma i cinque giorni furono presto passati. 

1932

Passò l’inverno, Dante si accordava per lavorare dal signor Bailo Giovanni di San Cipriano Po, in quanto la famiglia si era divisa e ciascuno aveva preso una strada diversa, mentre la sorella Luisa aiutava la nonna Amalia. Dante sì aveva un lavoro faticoso, ma stava meglio che a casa sua, avendo poi tutte le domeniche la possibilità con la sua bicicletta di andare a trovare il papà e gli altri parenti: alla sera arrivava lo zio Luigi e così si poteva far passare qualche ora insieme. Per il 1932 il papà Cesare si prendeva a mezzadria la metà del signor Riccardi Nicola, abitante in via G. Bovio a Stradella: a novembre, finito l’accordo col signor Bailo, Dante si riunì di nuovo col papà presso il signor Riccardi. Dante era molto contento di trovarsi a Stradella, con tutti i divertimenti a disposizione e specialmente il ballo, per il quale aveva una grande passione, dopo aver imparato a ballare. 

RIFERIMENTI
1916

Battaglia di Verdun
Strafexpedition

1917

Stati Uniti in guerra
Disfatta di Caporetto
Rivoluzione d’ottobre
Pandemia di spagnola

1918

Vittorio Veneto
Fine della guerra

1919

Inizio biennio rosso
Fasci di combattimento
Repubblica di Weimar
Occupazione di Fiume
Elezioni con vittoria dei partiti popolari

1920

Episodi di squadrismo
Episodi di fascismo agrario

1921

Elezioni (blocchi nazionali)
Nascita PNF in Italia
Nascita NSDAP in Germania

1922

Stalin al potere
Marcia su Roma
Mussolini al governo

1923

Modifica legge elettorale
Complotto di Monaco

1924

Delitto Matteotti
Nascita dell’URSS

1925

Inizia ufficialmente la dittatura fascista

1926

Completamento delle leggi “fascistissime”
Soppressione della libertà di stampa
Istituita l’Opera Nazionale Balilla
Scioglimento dei consigli comunali e provinciali
Sindaci sostituiti dai podestà, nominati dal governo

1927

Nasce l’OVRA

1928

Legge elettorale a Lista Unica

1929

Concordato
Crisi economica

La Rocca di Stradella nel 1930.
Una Wolsit del 1929: la bici di Dante? - (https://vallo64.blogspot.com/)

Il prezzo della bici

Nel 1930 una lira aveva un valore corrispondente odierno di € 0,92: pertanto la bicicletta di Dante oggi costerebbe circa € 300, in linea con gli attuali prezzi di mercato.

La crisi del 29

Nel 1929-30 divampa la crisi economica in tutto il mondo e anche in campagna se ne avvertono le conseguenze: Dante si lamenta dei prezzi che sono tutti in aumento!

(2)Basturnoni: sta per caldarroste, italianizzazione di bästürnon (m. pl.); il termine è ancora oggi usato nella zona.

RIFERIMENTI
Cascina Torretto, in una vecchia foto aerea, adagiata sulla ferrovia Torino-Piacenza
Una veduta di Stradella nel 1916
La casa di Dante a S. Maria: è la prima in alto.
La ex scuola elementare alla Croce del Gallo Frazione Casa Massimini - Stradella
Stradella - Frazione Torre Sacchetti
La "discesa" di Bosnasco, luogo della rovinosa caduta
La "discesa" di Bosnasco, luogo della rovinosa caduta dalla bici (ma la strada allora era ancora in fondo naturale)
L'Ospedale di Arena Po (http://www.lombardiabeniculturali.it)
La Rocca di Stradella nel 1930.
La sovracopertina del QUADERNO I dei Diari
la copertina del QUADERNO I dei Diari
1934

Siamo nell’anno 1934 e giunse il corso dei premilitari con l’obbligo del sabato fascista (3) ma, una volta per una scusa, una volta per un’altra, parecchie volte si rimaneva a fare i propri lavori di campagna.
Siamo alla metà di maggio e il papà Cesare viene ricoverato all’ospedale di Stradella, mentre Dante è alle prese con la mietitura e tanti altri lavori da fare e con la sorella Luisa che lo aiuta come può, mentre la nonna, povera vecchia, cura la casa. Il papà ritorna a casa in tempo per la vendemmia, ma la nonna comincia a lamentarsi del mal di gola: alla fine di novembre dal dottore veniamo a sapere che ha un tumore alla gola che già non le consente più di nutrirsi liberamente.
All’alba del 31 dicembre 1934 la nonna morì e subito furono avvertiti il figlio Raffaele, frate, e tutti gli altri parenti. Il funerale si tenne il 1° gennaio 1935, in una giornata che sembrava d’estate e la salma fu portata nel cimitero di Stradella.

1935

Nella primavera i lavori da fare aumentarono e il papà chiese aiuto a sua figlia Rosa, che così si riuniva ancora a noi. Ma il suo titolare, il signor Nino Nagel,  sembrava di essere rimasto con un braccio solo e ne reclamava il ritorno alle sue dipendenze, mentre, in campagna, più si lavorava e più c’erano lamentele, tanto che il papà e Dante decisero infine di lasciare la mezzadria, consentendo alla sorella Rosa di riaccordarsi col signor Nagel. 

1936

Passa il 1935: il papà affittò una casa in via Valle Badia e Dante andò a lavorare alla Distilleria Guasconi. Dante, con la sua volontà e il suo lavoro risparmiava il più che poteva, in modo da farsi una scorta prima del servizio militare.
Il giorno della visita fu il 18 settembre 1936: Dante risultò abile e fu fatta una festa con otto coscritti, all’onore del pubblico. Il papà aveva già preso in affitto un’altra casa in via Vescola, dove abitava prima sua sorella Adalgisa e noi, l’11 novembre, sì traslocava lì. Dopo qualche tempo, però, per il dolore dei tre figli, il papà veniva per la seconda volta ricoverato all’ospedale, dove spirò alle due del giorno 27 gennaio 1937, lasciando i tre figli orfani. Subito furono avvisati suo fratello, lo zio frate, e la figlia Rosa che si trovava a Milano e il giorno dopo fu fatto il funerale. Luisa e Dante si trovarono soli nella loro casetta e con forza di volontà continuarono ad impegnarsi nel lavoro, Dante da Guasconi, Luisa da Bordoni.
E così arrivò il giorno 27 settembre 1937, quando a Dante giunse la cartolina di precetto per compiere il servizio militare, per il quale partì il giorno 6 ottobre, lasciando la sorella sola e presentandosi al distretto di Tortona, destinato al 4° Reggimento Bersaglieri di Torino.

1933

Hitler al governo
Incendio del Reichstag

(3) – Mentre la vita in campagna prosegue tra la fatica e l’incertezza, a livello nazionale gli eventi politici precipitano verso la dittatura. Nei diari non vi si fa alcun cenno, se non in occasione del “sabato fascista”, presentato come una fastidiosa incombenza che distrae dal lavoro (il sabato pomeriggio!)

1934

Notte dei lunghi coltelli

1936

Nascita dell’Asse
Conquista di Addis Abeba
Proclamazione dell’Impero
Vittora del Fronte Popolare e guerra civile in Spagna

La guerra in Etiopia

Dante ha vent’anni quando partono per l’Abissinia i primi soldati: per quella guerra furono chiamate alle armi le classi dal 1911 al 1915 e quindi non ne è coinvolto.
Dante non è coinvolto neanche negli arruolamenti, regolari o forzati, di legionari da inviare in Spagna a sostenere la rivolta anti repubblicana di Franco.

Il Distretto Militare di Tortona

Dal 1934 i distretti militari in Italia furono portati al numero di 100, aggiungendone 22 a quelli già presenti nei capoluoghi provinciali: Tra di essi Tortona, che, pur trovandosi in provincia di Alessandria e in Piemonte , aveva allora competenza di reclutamento e gestione territoriale militare sull’Oltrepò pavese, in provincia di Pavia e in Lombardia.

La chiamata al servizio militare

Dante parte per il servizio militare all’età di ventuno anni e otto mesi, molto tardi rispetto agli standard generali di altri paesi ed anche a quello italiano del dopoguerra. Ancora negli anni Sessanta e Settanta si partiva appena compiuti vent’anni.
Il reclutamento era nel 1936 regolato dal regio decreto legge 21 novembre 1934 n. 1879, che prevedeva in effetti che per l’esercito i giovani venissero chiamati alla leva ed esaminati nel 20º anno e la chiamata alle armi normalmente nel 21º anno. La ferma “ordinaria” per l’Esercito era di 18 mesi, mentre quella “ridotta” era di 12; per la Marina era di 28 mesi. Dante fu sottoposto, prima di essere richiamato come istruttore nel 1939, ad una ferma di 12 mesi.
Sotto un regime fortemente ispirato alla militarizzazione ed in una fase storica che vedeva le Forze Armate già impegnate in Abissinia, in Spagna e nella “normalizzazione” della Libia, un reclutamento così “ritardato” ed una ferma così breve, specie per specialità di combattimento in prima linea, appaiono spiegabili solo con l’esigenza di contenere le spese di mantenimento delle forze armate di leva e/o di ritenere il “premilitare” di una qualche efficacia addestrativa. Sta di fatto che, in tal modo ed in caso di mobilitazione, sarebbero venuti a mancare circa 400.000 uomini pronti per l’impiego in combattimento.

La stazione di Stradella com'era quando Dante partì per Torino.
La linea ferroviaria da Stradella per Tortona e Torino (Stagniweb)
L'informativa per l'arruolamento nel 1936.

Torino (1937-1938)

1937

Alle 4.00 si parte e alle 10 siamo a Torino, sotto una pioggia a più non posso: la naja iniziò proprio sotto una bella inzuppata e con la maniglia della valigia che mi si stacca proprio davanti al portone della Caserma La Marmora . Ci portano all’ottava compagnia e quella prima notte fu tranquilla. Sentiamo suonare la tromba della sveglia e, sempre in compagnia dell’amico Maggiorino e Italo, scendiamo per l’adunata. Maggiorino e Italo rimangono  all’ottava compagnia, mentre Dante viene inviato alla quinta, dove all’inizio si trova un po’ spaesato, ma subito trova tre camerati che abitano nei dintorni di Stradella. Nel pomeriggio ci fu la vestizione e la divisa sostituì gli abiti borghesi che finirono nella valigia. Appena vestito, ci fu il taglio a zero e addio capelli lunghi. Il terzo giorno la recluta poté andare in libera uscita con altri compagni e fu una bella serata. 

Dopo oltre un mese, il 6 novembre, il bersagliere ebbe un permesso per tornare a casa a rivedere le sorelle e a mettere la lapide al povero papà. Finito il permesso, Dante rientrava in caserma: al mattino istruzione, al pomeriggio ginnastica, corsa, sempre in movimento. Già qualche foto da bersagliere si faceva e la si inviava alla sorella. Di tanto in tanto Dante inviava qualche scritto anche all’amica Tina. Giunsero le feste natalizie, per le quali Dante riusciva ad avere quattro giorni di permesso, durante i quali si fidanzò con Tina. Poi si ritornò a Torino.

1938

Alla domenica si passava da un ballo all’altro, con la passione per il ballo che sempre più aumentava. Ma la recluta non si prendeva il coraggio di entrare diverse volte al cinema e in altri posti se le tasche lo permettevano e allora si andava dalla Gina a prendersi il latte e caffè o qualche cosa d’altro. Così giunse il carnevale del 1938 e Dante riusciva ad avere il permesso di tornare dalla Tina. Fece il viaggio con l’amico Carlo, di Redavalle, e, data l’occasione, si fermò in quel paese con l’amico a ballare per tutta la notte, durante la quale incontrò l’amica Iside, dalla quale diverse volte ebbe notizie. Felice fu il momento in cui la Tina mi vide.

Dopo pochi giorni Dante passava alla sesta compagnia, prendendo i grandi la caporale, con attività e istruzione sempre in abbondanza. Nei primi di aprile il caporale passava alla terza compagnia, dovendosi formare il XXVI battaglione: nella compagnia lo seguiva l’amico Gorini di Casteggio, che era attendente del capitano Catalano, comandante della compagnia. Presto giunsero le reclute e Dante  prendeva il comando della terza squadra e dopo pochi giorni, a causa della continua istruzione, si trovava senza voce. Dante ne parla al Sottotenente Zelaschi, che lo mandò a fare un turno di 15 giorni di guardia ad Orbassano, ove Dante conobbe una famiglia, che aiutò nei lavori in campagna: sembrava di essere in licenza.

Tornato a Torino, mi accorsi che con le reclute ormai non c’era più da sgolarsi. Nel reggimento fu possibile formare anche la seconda compagnia, alla quale Dante fu assegnato, sotto il comando del tenente Caruso. C’era la possibilità di avere nuove licenze, così Dante si fece coraggio e il 9 maggio si presentava dal comandante chiedendogli la licenza: l’11 maggio Dante tornava a casa con la sua licenza di 10 + 2. Subito la prima sera, senza che la Tina mi aspettasse, andai a trovarla, passando la sera con lei. Poi però più volte Dante si fermava a ballare al Cicasco, dove c’erano diverse amiche: Nilde, Giuseppina, Maria e altre…

La licenza finì e, tornato a Torino, Dante passava ancora alla terza compagnia, prendendosi ancora il comando della sua squadra, perché non riuscivano a formare la seconda. Per diversi giorni si andava a Piossasco a fare i tiri e si tornava stanchi: erano tanti i chilometri che si facevano e con quelle biciclette non c’era da fare il galletto. Una volta il maggiore Benso, comandante, del battaglione mi mandò con gli zappatori a dettare i punti: Dante tornava alla sera senza voce e per diversi giorni rimaneva con poca voce. Di tanto in tanto il caporale andava in Val Salice a ballare e, incominciando ad essere ormai anziano, si era già fatto alcune amiche, come la Rosetta e la Giuditta.

Giunse il giorno della partenza per il campo. La sera della partenza Dante era di servizio come caporale di giornata, ma ebbe lo stesso il coraggio di chiedere un permesso al sottotenente Pasciutti, comandante del plotone: così rimase in tela e poi se ne andava ai Goffi a ballare, già d’accordo con la Rosetta che lo aspettava. La serata fu bellissima. Alle 11 Dante salutava l’amica e ritornava tutto contento in caserma, dove, coi piantoni, andava in cucina a prendere il caffè, ma abbuffandosi anche di altro, prima di andare a dormire.

Sono le 12 del 16 luglio 1938 e per il XXVI battaglione incomincia il campo. Si esce dalla caserma di via Asti e, girando verso lo stradone Torino-Milano e si prende la strada per Biella. Tuoni e lampi a più non posso nella notte buia e si pedalava tutti silenziosi; dopo pochissimi chilometri si mise a piovere talmente forte che la divisa che indossavamo già bella pulita si lavò di nuovo per bene.  Nel farsi giorno il battaglione era al posto di acquartieramento, vicino al Cappellificio di Biella. Subito l’indomani si incominciò a fare manovre, marce e tiri sul monte Cucco: si lavorava, si mangiava e i quindici giorni previsti volavano in fretta. La seconda domenica era la festa di Borgomanero, il paese dove noi di solito andavamo a passeggiare il libera uscita: tutti i bersaglieri erano al ballo e c’era una piena tale che proprio non si poteva ballare.

I quindici giorni finirono e dovevamo spostarci a Gozzano, dove era previsto l’altro periodo di campo. Finita la gara tra le compagnie del battaglione, il capitano Catalano era tutto arrabbiato perché era convinto e sperava che la nostra compagnia avesse vinto, mentre invece vinse invece la prima.

Il mattino del 1° agosto si partiva per Gozzano: eravamo giunti a metà del campo. A Gozzano eravamo acquartierati nelle scuole elementari. Anche in quel paese si andava spesso a ballare e intanto Dante e Rosetta, che sempre si scrivevano, attendevano la fine del campo. Negli ultimi tre giorni si fecero le marce di trasferimento e la sera del 12 agosto, con la nostra solita fretta da bersaglieri, si faceva ritorno a Torino. Come alla partenza il trasferimento si svolse sotto un acquazzone che per sempre ci avrebbe ricordato la fine del campo.

Siamo al bello: qua si incomincia a parlare di congedo: la mattina dedicata alla pulizia delle biciclette e alla sera si va a trovare Rosetta, contenta del suo ritorno dal campo, anche se già sapeva che potevano essere quelle le ultime sere da poter passare in compagnia di Dante.  Passarono il venerdì e il sabato sera, di capo posto, e l’indomani, domenica 15 agosto ci sarebbe stata la bella festa di Stradella.  Viene il cambio della guardia, ci laviamo perbene e poi a ballare. Si ritorna, ma non si può entrare dalla porta principale, perché un bersagliere della settima compagnia si è buttato dalla finestra (4) , morendo sul colpo, ed il suo corpo si trova sotto un lenzuolo davanti all’ingresso della caserma. Il mattino del lunedì il poveretto fu poi  portato nella camera mortuaria. Quei giorni non passavano più. Sull’ordine del giorno della domenica c’erano scritti un bel numero di nomi. Alle 11 fu consumato il rancio e dopo ci fu la prima adunata per i congedati: tutti a gridare come pazzi. Nel pomeriggio Dante versò il corredo e andò a vedere l’ordine del giorno: tanti nomi, ma Dante non c’era. Suona la libera uscita e Dante esce indossando la divisa fuori ordinanza, che l’amico Gorini gli aveva regalato, di tela bella pulita e con i bottoni brillanti. Poi ci fu la seconda adunata dei congedati: bei momenti, ma sospiri lunghissimi. Esce l’ordine del giorno e il caporale Schiavi Dante è inserito in congedo “in data 18 del mese corrente”. Non ci fu più modo di stare fermi. Alla sera me ne vado a salutare la Rosetta e la Giuditta, che mi danno il loro indirizzo: signora Rosetta Giulini, via Bortolotti n° 17, Torino e signora Giuditta Medina, via Toselli n° 2, Torino.

Dante nella casema di via Asti in divisa da libera uscita. Il gruppo ha la consistenza di una squadra ed al centro è presente un ufficiale (tenente o sottotenente)
Qui Dante con la sua squadra è alle prese con il rancio. Siamo sempre nella caserma del 4° bersaglieri, durante lo svolgimento del servizio di leva (1937-38).
Lo stemma del XXVI Battaglione Bersaglieri
1938

Anschluss
Leggi contro gli Ebrei in Italia
Accordi di Monaco

Anschluss
Leggi contro gli Ebrei in Italia
Accordi di Monaco

(4) – Al ritorno dalla libera uscita Dante apprende di un suicidio. Che fosse un problema già allora (nonnismo, ecc.)?

Il Cicasco nel 1929. La balera era nota in tutto l'Oltrepò e molto frequentata. Sullo sfondo è visibile l'inconfondibile torre-campanile.
Il Cicasco nel 1932: è stato costruito un terrazzo molto bello. La struttura ha anche finalità termali. La torre è pefettamente visibile attraverso il primo finestrone in alto
Il dancing nel 1939. Il locale fu attivo fino agli anni 50.

La caserma “La Marmora”di Torino

Dal 1921 al 1943 ha ospitato il 4° reggimento bersaglieri ciclisti.
Svuotata dei suoi bersaglieri in giro a morire per il mondo, dopo l’8 settembre 1943 la caserma divenne il quartier generale dell’Ufficio politico investigativo (Upi) della Guardia nazionale repubblicana, incaricato di reprimere con ogni mezzo (rastrellamento, cattura, tortura, fucilazione, deportazione) la lotta clandestina in città e in provincia.
La caserma venne quindi trasformata in luogo di detenzione e di tortura per tutti coloro sospettati di connivenza con la resistenza. Alla liberazione, il comandante partigiano Livio Scaglione scrisse: “Occupammo la caserma di via Asti nella notte tra il 27 e il 28 aprile e vi trovammo prigionieri morti e altri stremati dalla fame e distrutti dalle torture” (da “Le pietre della libertà”) e restò fortemente impressionato davanti alle sale dei sotterranei a queste adibite.
Nel 1962 il Comando della divisione Cremona pore una lapide nel fossato dove avvenivano le fucilazioni: “Qui caddero / i valorosi patrioti torinesi / martiri della resistenza / 1943-1945”. Presso questa lapide, ogni anno, in prossimità della ricorrenza del 25 aprile, si celebra la commemorazione dei caduti. (Torinostoria) 

La caserma del 4° Rgt (https://www.ebay.it/)
Il Ristorante Goffi al giorno d'oggi ma con ancora le fattezze dei tempi di Dante a Torino. Dal cancelletto si poteva probabilmente accedere direttamente alla sala da ballo.
Il Ristorante Goffi era sulla riva del Po (cerchio giallo), abbastanza vicino alla caserma (cerchio rosso).
Il locale da ballo in Val Salice oggi (Garden Dancing). Scopriamo più avanti trattavasi del Passatempo.
La casa di Rosetta.
La casa di Giuditta.

La pausa felice (1938-1939)

1938

Mercoledì mattina, 18 agosto, l’ora del rancio e poi gli ultimi minuti. Alla terza adunata Dante col suo pacchetto corre a prendere il congedo e in compagnia dell’amico Maggiorino ha terminato la naja. Sono le quattro del pomeriggio e si scende dal treno a Stradella, dove nessuno si aspettava il nostro ritorno: che bel giorno fu mai quello! Dopo pochi giorni Dante riprendeva il suo lavoro in distilleria, il divertimento non mancava: tutte le sere Dante era al Cicasco e si passavano delle bellissime sere. La Tina incominciava a fare qualche capriccio, dopo essersi accorta che Dante le aveva fatto le corna; tanto più che lei sapeva che Dante andava quasi tutte le domeniche a ballare a Portalbera, dove passava delle belle feste con l’amica Attilia, lasciando la Tina un po’ da parte. E pian piano terminò la stagione del Cicasco. Col mio poco terreno anch’io feci la mia vendemmia.

1938

Per me non era un momento di tutta tranquillità: Dante doveva fare la spesa, far da mangiare per quando ritornava la sorella, poi se ne andava al suo lavoro di notte e di giorno in giro. Ogni tanto Dante andava a passare il pomeriggio dall’Albertina, la figlia del signor Bailo, dove Dante lavorò due anni da giovane garzone. Giunsero le feste natalizie in fiducia della venuta della sorella Rosa: i tre fratelli non attendevano altro, ma purtroppo la sorella non ebbe la libertà di passare il giorno del Santo Natale col fratello Dante e la sorella Luisa. Pazienza! E l’inverno passò. Una notte Dante era così pieno di sonno e poco attento che si scottava un braccio contro il tubo del vapore: niente di male, ma per quella notte Dante non ebbe più sonno.

1939

E così siamo giunti ai bei giorni della primavera 1939. La festa di Arena Po (5) Dante andava a passarla in compagnia dell’Albertina. Avviene però che Dante si incontra con la Tina e le compagne sue: non dico quanto seppi l’indomani. Passò la festa, Dante e Albertina ritornavano, Dante si fermò a cenare a casa sua, in compagnia dei suoi cari genitori. Giunse finalmente la stagione dei balli all’aperto: dove c’era un ballo, Dante c’era di sicuro. Libero da tutto, amico con tutti ma niente fidanzata. Solo, di tanto in tanto, qualche cartolina a Rosetta e a Giuditta e così i mesi passavano. Viene il 15 agosto, la festa di Stradella; sempre allegri e contenti, Luisa e Dante la passavano insieme. Siamo quasi alla vendemmia che Dante aspettava.

3 settembre 1939

Ma una bella domenica, il 3 settembre, il portalettere si avvicina a Dante e gli consegna la cartolina di precetto! Dante si trova con gli amici Maggiorino e Italo e tutti e tre sono al pari. Dante ritorna a casa che già la sorella lo sapeva e, appena visto il fratello, si mise a piangere, sebbene lui non piangesse, fingendo di nascondere la sua malinconia. Lunedì 4 settembre Dante salutava tutti i parenti, contento che alla sua partenza venivano sospesi i divertimenti per un’ora. Martedì, i tre amici Maggiorino, Italo e Dante si fanno un’oretta di mercato e poi prendono il treno per trovarsi direttamente e di nuovo alla caserma del 4° bersaglieri, già ben conosciuta in un anno di duro lavoro e di nuovo dovetti mettere in un pacchetto la divisa borghese, spedirla a casa e vestirmi di naja.

Il Cicasco in un'aerofoto degli anni 50 (cerchio a sinistra) e la stazione ferroviaria (cerchio a destra).
Il percorso da Stradella ad Arena Po in un'immagine d'epoca.
La piazza di Arena Po. (Lombardia Beni Culturali)

1° settembre 1939: la Germania invade la Polonia e scoppia la seconda guerra mondiale.

Verso la guerra (1939-1940)

1939

Il caporale, destinato all’11a compagnia, si sentiva perso: non gli sembrava vero di trovarsi ancora in mano un moschetto quale strumento del suo lavoro. Subito si usciva in bicicletta, ancora sotto il comando del vecchio Maggiore Benso. (6) Il giorno 12 Dante è  destinato alla 4a compagnia e l’indomani, 13 settembre, in un bel numero si partiva in bici per Pragelato, anche questa volta sotto una bella pioggia, che ci accompagnò a raggiungere i nostri amici da noi istruiti, compresi i quindici bersaglieri della mia squadra coi quali ci stringemmo con gioia la mano, sorpresi di esserci ritrovati. Nonostante il freddo e l’addestramento, a turno ci fecero ancora due punture che, aggiunte alle tre da permanente, facevano un totale di cinque, ma coraggio, la salute è sempre ottima. Il freddo aumentava: vicino alle nostre tende c’era un campo di artiglieria e molti cavalli erano già morti proprio per il freddo.

Il 29 settembre venne un generale tedesco, con il campo messo tutto a fiori. Chiusi i lavori, si fece una gran festa. Alla domenica la messa al campo, celebrata sulla piazza del paese. Il 9 ottobre ci fu la visita del principe e fu di nuovo festa, coi i lavori, coi fiori e la notizia che si doveva ritornare alla bella Torino, al che sembravamo tutti pazzi. Il giorno 19 il reggimento ritornava alla sua caserma: la tappa fu dura, ma, con l’entusiasmo della città, tutto ci riuscì col minimo sforzo. I cittadini torinesi già sapevano del nostro arrivo e già l’indomani Dante riceveva una cartolina della Giuditta: «Domenica sarò al Passatempo a ballare». Dante già pensava: «Qua ci siamo!» E così fu. Ma sul più bello della festa arriva anche Rosetta: sempre la solite cose d’invidia l’una dell’altra, del resto con tante non si può andare d’accordo. Ma Dante sapeva lui come cavarsela nei casi gioiosi! Così intanto si divertiva e, una sera via l’altra, permessi in quantità. Siamo alla prima domenica di novembre e Dante sapeva che le due amiche erano libere e tutte e due dirette al Passatempo. Dante cambia idea: «Lasciale al Passatempo!» e me ne sono andato al Righino/Bogino (La grafia non consente la trascrizione certa del termine – NdT). (7) E si balla! Nel ballo incomincia un valzer e m’incammino verso una signorina bionda, alta ma diritta, né bella né brutta, così così e, con le mie mani in tasca, le domando se balla: lei mi dà uno sguardo e non parla, così Dante, faccia tosta, si rigirava per lasciare la bionda, che però lo afferrò per un braccio e rispose «Sì, ballo!» A questo punto era l’unica ballerina di Dante, che alla fine del valzer ringrazia la signorina e le chiede per il prossimo ballo. E lei: «Sì, sì!» Nel frattempo avanti a chiacchierare, con i caratteri che si incontravano ad ogni punto. La domenica passò e Dante le chiese un appuntamento per il martedì sera: «Sì, posso uscire». Martedì sera, al Passatempo, la bionda mi dava il nome suo: «Gilda». «Qua andiamo bene!» Tutti i balli erano i nostri, intanto che, nella serata, Dante si mangiava un bel sacchetto di cioccolatini. L’amicizia si stringeva, i due amici cominciarono a prendersi affetto e tutti i giorni, tutte le domeniche, i due, appena avevano un po’ di tempo, si trovavano. Dante, anche con solo mezz’ora di libera uscita, scappava a trovare l’amica Gilda che, appena mi vedeva dalla finestra, veniva fuori a fare la chiacchieratina e sempre erano insieme. Una bella domenica avvenne l’incontro. Dante finì col trovarsi al Passatempo con Gilda, Giuditta e Rosetta tutte assieme. Per la Gilda, già da me avvisata, niente di male, ma le altre due: che sguardi atroci pieni di invidia! Per Dante e Gilda, ormai presi fra sé, le ore volavano stando sempre vicini e assieme. Siamo alle feste natalizie e Dante ottiene il permesso di ritornare a casa sua ad abbracciare la sorella Luisa, a casa sola, che tanto mi aspettava. Avvisai l’amica Gilda dell’assenza e le mandai poi i saluti con una cartolina di Stradella. Gilda non desiderava che il mio ritorno: richiamato sì, ma la vita passava discretamente! 

1940

Al mio arrivo, subito dell’amica, che, con gran gioia, mi aspettava. E così la vita cambia da un giorno all’altro! Il caporale Schiavi, il
1° gennaio 1940
,
fu promosso caporalmaggiore, rimanendo però sempre alla quarta compagnia. Nei pochi giorni di permesso avevo dato la notizia alle sorelle e ai parenti dell’amore nato tra i due cuori, ormai così vicini. Tutti mi dicevano male, chi una cosa, chi l’altra, ma Dante era deciso in un’idea ormai sola per tutti e due. Intanto i mesi passavano e nelle prime domeniche primaverili Gilda e Dante, felici, se ne andavano ai giardini o passeggiano verso Superga a far passare le feste parlando del prossimo avvenire. Ma qui troppa era la distanza tra i due cuori per la gran differenza di età e i due seppero convincersi che unirsi non era bello e giusto, né per loro e né per chiunque altro. Ma lontani non si poteva stare e finì che qualche giorno dopo una cartolina avvisava: «Ti aspetto stasera». E Dante andava. Sono in arrivo le reclute e si incomincia: «Avanti march e dietrofront!». (8) Dante ebbe quell’incarico e nessun altro servizio, quindi tutte le sere ero in permesso. Si cercava di dimenticarsi, ma era un fatto che, finché siamo a Torino, sarà un gran difficile. E così sempre si parlava. Dante riceve una lunga lettera dalla sorella Rosa da Milano, che dice di non avere più notizie dalla sorella Luisa già da un po’ di giorni. Era lunga la lettera di Rosa e all’ultimo punto c’era scritto che Luisa, nell’ultima lettera da essa ricevuta, l’avvisava, incaricandola di farlo sapere a Dante, del fatto che “con Franco non si parla più e che parla con un certo Livio, venuto ad abitare al monastero, dove sai che lei lavora”. Dante, non per altro, ma è in pensiero per la notizia della sorella e subito rispondo alla Rosa. Dopo qualche giorno la sorella Luisa si fa viva e… così va bene. Dante e l’amico Carlo sempre andavano insieme a ballare e sempre passavano davanti al palazzo dove la Gilda mi poteva vedere passando di lì. E lei dietro, facendo passare tutte le sale da ballo dove poteva trovarmi. Siamo a Pasqua e mi trova al Nobile. Le racconto il fatto della sorella e intanto mi metto nella testa di ottenere un permesso e fare una scappata a casa. Di ritorno, in compagnia dell’amica, siamo davanti al palazzo dove lei lavorava e mi dice aspettarla lì un attimo, che sarebbe entrata un attimo e uscita subito. Aspetto cinque minuti e veniva fuori con un pacchetto e mi fa: «Toh, mangialo tu!» Io: «Grazie!» Lei: «Prego! Fammi sapere se domenica vai da tua sorella, così io non esco». Al nostro posto solito ci troviamo con l’amico Carlo, che è già là che aspetta, ceniamo e poi mangiamo l’uovo della Gilda. «Ma, te l’ha dato lei? Si vede che ti pensa e si capisce che l’amore aumenta sempre». 

[6] – Maggiore Benso, comandante del XXVI battaglione.

Pragelato

Pragelato: dall'immagine di Google Earh si può apprezzare al distanza da Torino, da percorrere in bicicletta fino alla quota di 1580 m.
Il moschetto di Dante (Carcano 91/38 TS) - Carica manuale - Caricatore 6 colpi - http://www.exordinanza.net/schede/Carcano91_38.htm

Per guardare i Bersaglieri! – I frequenti passaggi in bici per Torino di Dante e compagni hanno talora conseguenze… traumatiche. (Da La Stampa di sabato 11 maggio 1940).

La copertina del libro di memorie del bersagliere Luciano Scalone.

[8] – “Sono in arrivo le reclute e si incomincia…”E Scalone conferma l’arrivo in caserma. (vedere qui sotto)


La vita della mia prima giovinezza è finita a Torino, nella caserma La Marmora del 4° Reggimento Bersaglieri il giorno
18 marzo 1940.
Giunto al Comando reggimento dopo aver passato una visita sommaria, fui assegnato alla settima compagnia fucilieri. Quindi, presentatomi alla fureria della settima compagnia, fui infine assegnato alla seconda squadra. […] Il comandante di battaglione era il Maggiore Mennuni. (9)

Il giorno
19 marzo
mi diedero in consegna il corredo che consisteva in: un paio di scarpe, due paia di pantaloni, due paia di mutande, due fazzoletti a maglia, tre paia di calze, una giacca grigio verde, una giacca di tela, un berretto a “fez”, il cappello nero piumato, un pezzo di sapone , una borsetta con dentro un paio di forbici del filo e degli aghi, la gavetta e gavettino, cucchiaio e forchetta in alluminio. Il giorno successivo incominciarono le istruzioni a piedi con ritmo crescente ogni giorno, ogni giorno aumentavano la dose. Ginnastica, corse, salti in lungo, salti a capovolta, salti in alto. Per ben dieci giorni ci tormentarono dalla mattina alla sera. Tutte le adunate avvenivano di corsa. Le nostre camerate si trovavano al 3° piano, dalle finestre penzolavano quattro grosse corde ed era da lì che dovevamo scendere, non appena suonava la tromba di adunanza per andare fuori a marciare nel cortile. Scendere svelti, pestarci le mani l’uno con l’altro. Da dentro, i capi squadra ci spingevano a calarci giù dalle corde e da fuori gli Ufficiali strillavano discendere alla svelta. Al ritorno, all’ora di pranzo, portavano su nelle camerate il rancio, ma chi voleva consumare il pasto doveva salire sulle corde!


(9) – Maggiore Ernesto Mennuni,
comandante del XXVI battaglione.

Come tenente del 20° reggimento bersaglieri, aveva già combattuto nella prima guerra mondiale, ottenendovi una Croce al valor militare (Monte Majo – 30 agosto1918). Nella seconda guerra mondiale, come comandante del XXVI° battaglione bersaglieri, otterrà ancora una Croce al V.M. (Lofka, fronte greco-albanese, 10-21 novembre 1940), una Medaglia di Bronzo (Struga, Jugoslavia, 7-11 aprile 1941) e una d’argento a Borova (fronte greco) il 18 aprile 1941, ove rimase gravemente ferito.


La sorella Rosa, a sinistra, con un'amica ai Bastioni di Porta Venezia, domenica 18 febbraio 1940.
Il palazzo sullo sfondo della fotografia precedente, ripreso oggi con Google Earth. Si trova all'angolo tra viale Vittorio Veneto e via Aldo Manuzio.

Il Passatempo

Il Passatempo nel 1913. Sopra l'ingresso è già visibile la scritta "SALA DA BALLO" - http://www.atlanteditorino.it/ristoranti/album/

(7) – Esiste una strada del Righino nella stessa zona collinare di Passatempo e Nobile, ma non risulta la presenza di un locale omonimo. Il Bogino era invece un locale situato in pieno centro a Torino, in via Bogino 2/F. In tempi più recenti si è trasformato in pizzeria, pur confermando il suo passato danzante, come testimonia una recensione su Tripadvisor: “Talvolta il Bogino è aperto anche la sera per serate dedicate soprattutto al ballo country (con possibilità di prendere lezioni)”

L'ex Passatempo in un'altra immagine attuale. Ha subito una notevole trasformazione, peraltro compatibile con la foto d'epoca. E l'indirizzo (strada Valsalice 6) coferma l'identità coincidente del luogo.

Un’altra sala da ballo: il NOBILE!

Il Nobile in una vecchia foto del 1910, trent'anni prima dei balli di Dante. L'ingresso è sulla destra. - http://www.atlanteditorino.it/ristoranti/album/
Il libro di memorie del tenete Sergio Quaglino.


La partenza dalla caserma di via Asti

Per il trasferimento al campo estivo c’era la bella abitudine, al 4o bersaglieri, di partire di notte, su “allarme”. Era un allarme per modo di dire, poiché non arrivava all’improvviso a svegliare di soprassalto i bravi bersaglieri nelle camerate, ma anzi era già previsto, direi quasi atteso con impazienza e simpatia. C’era sempre una certa una strana agitazione in caserma quella sera: intanto il “silenzio” non veniva suonato; poi nel cortile c’erano gli automezzi raggruppati in ordine di marcia, già carichi e col pieno fatto, al circolo ufficiali regnava infine una insolita animazione… E ciò sino a quando, finalmente, la tromba suonava l’allarme, ed allora tutta quella impazienza, che si notava ovunque, poteva al fine sfogarsi. I bersaglieri si affacciavano alle finestre delle camerate, scavalcavano il davanzale e, dalle funi, si lasciavano scivolare velocemente in cortile; gli ufficiali e i sottufficiali accorrevano da ogni parte per inquadrare i reparti; gli autisti mettevano in moto i motori, mentre dappertutto erano grida, richiami, ordini. Poi arrivava il colonnello comandante. Infine, fanfara in testa, il reggimento usciva dalla caserma in bicicletta, seguito in coda dall’autodrappello. Usciti tutti, tra i saluti e gli applausi dei parenti che attendevano sino a notte inoltrata per vedere i propri famigliari partire per il campo, il grande portone si chiudeva e la caserma diventava ufficialmente il “deposito”.  

CRONOLOGIA DEL PERIODO (https://www.ushmm.org/)

3 settembre 1939
Gran Bretagna e Francia, nel rispetto dell’impegno preso per garantire i confini di stato della Polonia, dichiarano guerra alla Germania.

17 settembre 1939
L’Unione Sovietica invade la Polonia da est. Il governo polacco fugge in esilio passando dalla Romania, rifugiandosi prima in Francia e poi in Gran Bretagna. 

27~29 settembre 1939
Il 27 settembre, Varsavia si arrende. La Germania e l’Unione Sovietica si spartiscono la Polonia.

30 novembre 1939~12 marzo 1940
L’Unione Sovietica invade la Finlandia, dando inizio alla famosa Guerra d’Inverno. I finlandesi firmano un armistizio e cedono all’Unione Sovietica le coste settentrionali del lago Lagoda. Inoltre, cedono una piccola zona costiera finlandese sul Mare Artico.

9 aprile 1940~9 giugno 1940
La Germania invade la Danimarca e la Norvegia. La Danimarca si arrende il giorno stesso dell’attacco. La Norvegia resiste fino al 9 giugno.

10 maggio 1940~22 giungo 1940
La Germania attacca l’Europa occidentale, nello specifico la Francia e i Paesi Bassi neutrali (Belgio, Olanda e Lussemburgo). Il Lussemburgo viene occupato il 10 maggio, l’Olanda si arrende il 14 maggio e il Belgio il 28 maggio. Il 22 giugno, la Francia firma un armistizio che permette ai tedeschi di occupare la parte nord del Paese e l’intera costa atlantica. Nel sud della Francia, si insedia un regime collaborazionista con capitale a Vichy.

10 giugno 1940
L’Italia entra in guerra. Il 21 giugno l’Italia invade il sud della Francia.

28 giugno 1940 L’Unione Sovietica obbliga la Romania a cedere la provincia orientale della Bessarabia e la Bucovina settentrionale all’Ucraina sovietica.
14 giugno 1940~6 agosto 1940
Tra il 14 e il 18 giugno, l’Unione Sovietica occupa i Paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania). Tra il 14 e il 15 giugno, l’Unione Sovietica organizza colpi di stato in ognuno di questi Paesi e li annette come Repubbliche sovietiche tra il 3 e il 6 agosto.

10 luglio 1940~31 ottobre 1940
La guerra aerea nota come Battaglia d’Inghilterra termina con la sconfitta della Germania nazista.


5/1940

Lunedì di Pasqua
[24 marzo 1940]
di nuovo in permesso, passo dalla Gilda che fa segno di fermarmi: esce già vestita e ce ne andiamo a passeggio in Val Salice. Con la bocca si parlava di lasciarci, mai due cuori si legavano a un punto tale che non eravamo capaci di stare una settimana senza vederci. Giovedì sera vado dalla Gilda e l’avviso: «Sabato vado a casa». «Va bene». Sabato parto da Torino col permesso e alle nove e mezza, arrivo a casa e mia sorella, sebbene all’insaputa del mio arrivo, riconosce il mio passo da bersagliere e mi apre la porta. Se ne stava in compagnia dell’ormai suo Livio: il futuro cognato scatta in piedi e con paura mi saluta. Dante subito prende a fare un discorso serio col Livio e alla fine tutto fatto e d’accordo e cioè al mio ritorno si sarebbero sposati. La domenica Dante e Luisa sono a pranzo in compagnia della famiglia Candellari (la famiglia di Livio – NdT). Giunge la sera e Dante deve partire per Torino. Al mattino Dante aveva già spedito una cartolina alla Gilda. Parto da Stradella e sul treno mi trovo in compagnia del cugino Carlino che, vedendomi in borghese, mi guarda e mi chiede: «Ma, dove vai così? Dove lo tieni il vestito?» Gli risposi: «Sto tornando al corpo, il vestito lo tengo nella trattoria lì vicino alla caserma, così quando sono in permesso mi cambio e passeggio per Torino libero per bene». Sono a Torino, in fretta mi cambio e via a dormire con un po’di ritardo, ma nulla di male e tutto andò bene. Con no sforzo Dante riesce a trattenersi di andare da Gilda fino alla domenica successiva, come già d’accordo dall’appuntamento della festa passata. Sempre ormai in borghese la incontro, lei tutta contenta mi stringe la mano e mi saluta. Mi sembrava un giorno un po’ stupido, chiede a me se deve prendersi l’ombrello: «Vallo pure a prendere!» Due minuti e arriva: «Dove andiamo? Andiamo al solito posto al Giardino?» Una domenica bella come quella non l’ho più passata: niente pioggia e sempre cioccolatini. Siamo quasi alla partenza per il campo: la Gilda mi dice: «D’accordo, scrivimi, che sempre ti scriverò». Sappiamo che il giorno 31 maggio a mezzanotte si parte per il campo. Dante avvisa l’amica e per l’ultima sera, alle sei e mezza, hanno l’appuntamento vicino alla Fontana. Siamo al giorno
31 maggio
e tutto si prepara. Viene l’ora della libera uscita e quasi non si può uscire. Dante ha caricato tutto il materiale della sua squadra, deciso e già anche un po’ in ritardo, prende la porta ed esce. Giunge al posto dell’appuntamento che la Gilda aspettava da qualche minuto, ma niente di male, fu tutta contenta. E lì arriva già l’ora che lui deve rientrare per il suo servizio. Ma ad ogni parola, ad ogni notizia la risposta era o “Chi si trova si accompagna” o “Per noi è troppa la distanza”. È così. «Ciao, scrivi». Un bacio e ognuno segue il suo destino. Giunge l’ora della partenza e si parte per raggiungere Collegno, paese già conosciuto dal campo fatto da permanente: donne in quantità e il paese bello. Giunti al posto, si fanno le tende e già si sa il nostro compito: qualche istruzione e tiri di ogni qualità. Già diversi tiri si fecero a Piossasco, ma non bastarono. Passarono tre giorni e una sera Dante se ne andava a passeggio in collina, verso il monte dove si andava a fare i tiri e mi sono incontrato con una bella ragazza. Ormai avevo già scritto a sorelle e Gilda, ma non importava, subito io preso da un tale affetto. Si fa sera, la piccola deve rincasare e io pure: un bacio e d’accordo per l’appuntamento alla sera dopo. Chissà come fu, ma Dante riusciva ad avere l’indirizzo della giovane Elvira.

La compagnia motociclisti del 4° reggimento sale verso il Moncenisio (Ciopertina del libro citato nella bibliografia)
Ripreso oggi da Google Earth, lo stesso luogo dell'immagine riportata sopra. La vegetazione è cresciuta, il guard rail è al posto del muretto, c'è un chiosco, probabilmente rimanenza di una delle piccole strutture confinarie successive alla ridefinizione del confine del 1947. Ma tutto pare confermare la coincidenza dei luoghi. In fondo sulla destra, dopo il terrapieno, si intravede una costruzione moderna edificata sopra la casupola presente nel 1940.


Il
27 maggio,
alle quattro del mattino, la caserma Lamarmora fu svegliata dal suono della tromba, era il segnale di allarmi: in circa un’ora tutto il reggimento aveva lasciato la caserma, diretto alla volta di San Giorgio, una località di montagna. Arrivati fino ad un certo punto in bicicletta, lasciammo poi la strada rotabile per una mulattiera da fare con le biciclette a spalla, compreso tutto il fardello di guerra, del peso complessivo di circa 70 chilogrammi. Per percorrere un chilometro ci impiegammo due ore, sempre tutto il peso in spalla, ma alla fine si disse che era stato un falso allarme. Era stato il colonnello a voler mettere alla prova il reggimento, per saggiare fino a quale punto arrivasse la resistenza dei suoi bersaglieri. La sera stessa rientrammo in caserma.

In quei giorni cominciarono ad affluire i richiamati nella classe 1915, la parola guerra circolava con insistenza.


Il
1o di giugno
partimmo per il campo. La prima tappa fu San Mauro. Giorno
3 giugno:
alle undici squillò l’allarmi e dopo mezz’ora eravamo sulla bicicletta, in partenza verso Chivasso dove sostammo. Successivamente si passò da Alice Castello e Biella, fermandoci a Mica, un paesetto vicino a Biella, dove rimanemmo cinque giorni.

Il colonnello Guglielmo Scognamiglio, comandanre del4° reggimento bersaglieri nel 1940 (https://www.movm.it/decorato/scognamiglio-guglielmo/)
Un gruppo di bersaglieri "macchina in spalla" (dal libro di Scalone)


Un’analoga partenza per il campo, così come l’abbiamo descritta, avvenne anche la sera del
31 maggio 1940
e, per chi l’ha vissuta, essa fu un evento memorabile, poiché il 4o  bersaglieri uscì quella notte dalla caserma di via Asti e non vi fece più ritorno.
Cominciava così quel lungo peregrinare che avrebbe portato il 4o  bersaglieri, per tutta la durata della guerra, a lasciare i suoi morti e i suoi eroi in terra di Francia, di Albania e di Jugoslavia, fino al fatale 8 settembre 1943, che nella sua tragedia travolse, sulla costa dalmata, anche quelli che erano i reparti gloriosi del 4o Reggimento bersaglieri ciclisti.

Eppure si era tutti allegri, quella notte del
31 maggio 1940!
Nessuno pensava in modo particolare alla guerra, poiché sino a quel momento tutto lasciava prevedere, pur tra alterne vicende, un avvenire piuttosto tranquillo per noi. Mentre quasi tutta l’Europa era un immenso campo di battaglia, mentre la guerra, divampando come un incendio, aveva seminato morte e distruzione un po’ dappertutto, mentre le armate tedesche erano giunte in Francia dopo aver invaso il Belgio, l’Olanda e il Lussemburgo e aggirata la linea Maginot e gli inglesi avevano subito la disfatta di Dunkerque, in Italia, con la non belligeranza, si respirava una un’aria più serena, anche se, confinando con la Francia, ci si poteva trovare sempre nella situazione di dover intervenire su quel fronte. Ma, con l’avanzata in territorio francese delle armate tedesche che puntavano su Parigi, questa preoccupazione era alquanto svanita, poiché si riteneva che il comando supremo francese avrebbe buttato nella fornace della battaglia tutte le truppe possibili per fermare il nemico, sguarnendo naturalmente anche il fronte italiano, dal quale non si dovevano temere attacchi, data la nostra condizione ti non belligeranti. 

La battaglia delle Alpi (giugno 1940)

6/1940

All’alba del quarto giorno, al campo invece della sveglia si sentì suonare il “caffè”. Di questo non si sapeva nulla. «Dove andremo? Cosa faremo?» Le reclute specialmente si davano da pensare. E così fu tutto pronto e tutto caricato: si parte, si incomincia a pedalare, giunge la sera, sappiamo che erano stati fatti 118 km e ci fermiamo a Condove, un paese a nord di Torino. Dover passare vicino a Torino e non potersi fermare! Diedi a tutti la notizia, pure alla giovane Elvira, che subito mi rispose e pure alla Gilda. Come fu destino nella vita, ci tolgono il cappello piumato e ci danno l’elmetto: «Già andiamo bene!» Per diversi giorni facemmo istruzioni e lì, oltre alla posta che io aspettavo, mi giunge notizia della Giuditta, che aveva avuto il mio indirizzo ad un bersagliere imboscato alla Casa dei Bersaglieri e mi scrisse. Qua poi avvenne che le tre, Gilda Giuditta e Rosetta, si sono incontrate ed ebbero a bisticciarsi loro tre per Dante, ma ben compreso che la Gilda sapeva di aver ragione e mi spiegava tutto; le altre due qualche volta mi davano loro notizie, ma della bisticciate tra loro nulla mi fecero sapere. Qua la sorella Rosa incomincia a pensare a suo fratello, già si parlava della Francia è così avvenne che la sera del
10 giugno 1940
l’Italia dichiarò guerra alla Francia e dopo alcuni giorni avvenne la nostra partenza. La compagnia era comandata dal tenente Racchi, che troppa era la sua bontà. (10)
Giorno
16 corrente mese:
adunata in piazza e si parte. Alla partenza si sente il colonnello Scognamiglio che ci dice che mezzanotte bisogna essere a Susa. Avanti e pedala, si marciò tutta la notte; ma la maggior parte della strada era in salita e troppa era la fatica: un collega del XXXI battaglione moriva per la strada. Giunti al Moncenisio, subito a fare la tenda in una pineta, mentre pioveva che Dio la mandava. Fatte le tende, trovammo il posto dove accantonarci. Già stavamo a riposare, nemmeno mezz’ora, poi bisogna bagnarsi per disfare le tende, dove già avevamo steso la paglia che avevano dovuto prendere in una soffitta buia (? – NdT). Intanto giù acqua, eppur dovemmo prendere le armi che stavano sul motocarrello e farci la pulizia, come poi alle bici.
E passò anche
il giorno 17,
poi, la notte entrando nel 18, abbiamo riposato tranquilli. Subito il mattino a chi aveva le scarpe un po’ rotte fu dato un paio di nuove, come pure tutti gli altri oggetti di corredo. Tutti si aveva la stessa idea:  «Qua forse andiamo bene». Intanto giunse l’ordine che il battaglione doveva ripiegare verso la metà della salita da noi fatta la notte prima. Sempre giù pioggia e tutti bagnati si scendeva per la lunga discesa e la notte passò proprio tutta sotto l’acqua lungo la strada. Al
mattino del 19,
il comandante di battaglione, maggiore Mennuni, raduna tutto il suo battaglione e poi ci fu una predica, ma proprio al togo. (11) Lì vicino a noi c’era una batteria della nostra artiglieria che sparava da matti, mentre lungo la strada ne passava di tutte le parti: fanteria, alpini, artiglieria, carri armati e noi è un viavai che c’era da aprirsi bene gli occhi. Viene
la sera del 19
e si parte e ancora si sale. Giunti prima del Moncenisio il portaordini del maggiore rimase ferito dalle schegge da un colpo di artiglieria francese e, poi ho saputo, dovettero tagliargli la gamba destra. La cucina del XXXI  battaglione fu raggiunta in pieno da una cannonata lì vicino che la buttava per aria, con due cucinieri morti e qualche ferito: proprio si cominciava ad andar bene. Pensarono di cambiare strada dal punto dove il battaglione doveva entrare e con gran fatica la notte passò sempre camminando.
Al mattino del 20
siamo al Piccolo Moncenisio e lì eravamo: 4° bersaglieri, 1° Nizza cavalleria e 1° reggimento carristi. Bisogna scendere ma i carri non passano, il Nizza nemmeno e c’era da caricare tutti i cavalli. I bersaglieri si prendono le loro armi e le cassette, le bici a mano e giù. La nebbia fitta, quella tutta nostro favore altrimenti guai alla cannonate, e giù, giù. Già tre ore che si camminava e Dante strappava la catena della bicicletta: niente di male, l’annodo sul manubrio e sempre avanti, per fortuna eravamo in discesa e Dante si arrangiava a stare assieme ai compagni. Verso le 10 siamo nella vallata e tutti salgono in bici. Di colpo incontriamo un povero fante che si teneva ancora in mano la briglia del suo mulo, ma poveretto era morto lui e anche il mulo (12) e poi più avanti tanti altri ai lati della strada, chi feriti e chi morti. Coraggio, viene il bello! Avanti un mezzo chilometro c’è il tenente che mi avvisa: «Il primo ponte che trovate passatelo uno per uno e di corsa». E avanti! Dante arriva sul ponte e gli cade la catena dalla bicicletta: altro che prenderla! Avanti più forte e dopo pochi minuti arrivò una cannonata sul ponte, che saltava tutto per aria. La strada incominciava ad essere bella, viene l’ordine di fermarsi ed intanto la fame aumentava. Diedero l’ordine di mangiare le scatolette di carne che avevamo nel tascapane e fu un lampo. Dante pensava di più alla bici, perché era come essere senza gambe. Ebbe un’idea e decise. A poca distanza c’era una bici da meccanico, Dante si avvicina, fa finta di niente e apre la borsa: dentro c’è una catena, la prende e via! Era rotta anche lei, ma si prende un pezzo di filo di ferro e la catena andava molto bene: il proverbio dice «Arrangiati!» Intanto la le cannonate fioccavano sulla montagna che avevamo di fronte, erano
le tre sempre del giorno 20,
bisogna andare avanti con la prima compagnia e il primo plotone mitraglieri e giù per la strada tutta piuttosto in discesa. Si facevano domande ai conducenti della fanteria, che tornavano indietro impauriti e dicevano che non si poteva andare avanti, che non c’è stato non c’è stato mezzo. Il colonnello prende l’idea di cambiare strada e così si fa dietrofront e avanti! Siamo al tramonto, di mangiare non se ne parla e il tascapane è ormai vuoto. Il nostro pensiero era di ritirarsi e riposarsi un po’, ma altro che riposarsi: si prende una stradicciola a destra quella maestra, che penetrava nelle altre montagne. Il tempo era brutto, con nebbia e acqua; cammina e cammina, la strada è diventata una mulattiera e incominciava a farsi buio. La bicicletta non si può più condurla a mano e ci dànno l’ordine di piegare la bici e di proseguire “a macchina in spalla”. Qua andiamo bene: 35 kg di bici e 10 kg della canna dell’arma, il tascapane contenente quattro pacchetti di munizioni, la maschera e la bestia era carica abbastanza. Il bello era che si scivolava, si facevano quattro passo avanti e due indietro, ormai era buio e non si vedeva niente; dopo dieci passi mancava il fiato. Dopo due ore di cammino i tre battaglioni erano tutti mischiati. Dopo la mezzanotte dalla voce riconobbi l’amico Pierino di Casteggio e Franchini di Broni: ci salutammo e ci facemmo coraggio. Colpo per colpo si fece giorno, sempre veniva giù acqua, tutti bagnati, il tascapane vuoto, le compagnie erano tutte mischiate, non si trovavano più i compagni e nemmeno gli ufficiali. Tutto
il giorno
21 e il 22
si passò in un in un pineto, dove si cercava di ripararsi, ma ormai la gran quantità della pioggia bagnava dappertutto. Si leccavano i tascapani con la lingua, per raccogliere le briciole che rimanevano e tutti erano senza fumare. Quasi sembrerebbe una cosa impossibile che nel mese di giugno, con acqua e neve, sembrava proprio di essere in pieno inverno. Intanto tutte le compagnie si erano riunite e i bersaglieri erano con tutto il loro equipaggio e armamento, ma le forze erano allo zero.
La mattina del 23
bisogna andare avanti: non sembrava vero, eppure siamo andati avanti e già eravamo alla bella altezza di 2000 metri. La mulattiera era piana ma piena di fango, la bici bisognava portarla in spalla perché non giravano più le ruote nel fango e non c’era più la forza spingerla. Colpo per colpo siamo nel pomeriggio e ad un bel punto ci troviamo su un pezzo di montagna scoperta, ben vista dal nemico. La nebbia si alzava un pochino e quasi tutto il battaglione è rimasto accanto al torrente, ai piedi della montagna da noi attraversata. Così è la guerra, nessuno si avvisa e arrivarono due cannonate a distanza di 50 metri, cosicché nella bellezza di cinque minuti tutti i bersaglieri erano di là dal torrente o dentro nell’acqua. Ormai eravamo tutti bagnati, ma, quando sì tratta della pelle, dentro con le bici in spalla e sotto l’altra montagna per essere riparati. Intanto appariva qualche ritardatario, mentre al principio della montagna le cannonate fioccavano, destino vuole senza nessun ferito. Il battaglione, tutto riunito, aspettava ordini. Davanti c’era XXXI, poi il XXVI e il XXIX era andato dietro di noi. Erano
le tre del 
24 corrente mese
e non parliamo più dalla fame. Da un portaordini sappiamo che nella serata si doveva tornare indietro; sarà vero sì, sarà vero no, ma intanto si riposava, guardavamo lo scoppio delle cannonate e niente altro e quasi non ci sembrava di essere in guerra. Giunge il tramonto e si deve proprio tornare indietro, ma, oheilà, (13) le cannonate sempre arrivavano. Questa è bella: sono le 10, è notte, un bel numero di noi era già in cammino, ma passano due bersaglieri e ci dicono: «Coraggio ragazzi, che a mezzanotte firmeranno l’armistizio!» Sarà vero, ma chi lo sa? Può darsi. Ed intanto eravamo lì per saltare il torrente, a poca distanza arriva una cannonata e il sottotenente Tealdo, comandante del plotone, fa due salti indietro e non si vede più. Siamo in due, l’amico Guarneri, mio portatreppiede ed io: cosa facciamo? Con coraggio, aiutandoci, ci siamo arrangiati a portare la bici dall’altra parte del torrente e avanti in silenzio, che sembrava si fosse condotti alla morte, con davanti la montagna scoperta. Ma riuscivamo a passarla e ci fermammo un po’ a riposare. Un cinque minuti di riposo e poi avanti, finché troviamo sulla mulattiera il bersagliere Rubino, un nostro compagno, e gli si domandava ogni cosa, ma non parla; così lo prendiamo e lo mettiamo seduto vicino alla parete della mulattiera e avanti ancora. Dopo un dieci minuti di cammino, troviamo tutti i nostri compagni che erano partiti prima, mentre c’era un’adunata del battaglione. Lasciamo andare per terra la bici e ritorniamo indietro a prendere il povero Rubino, lo mettiamo vicino ad un albero e non si desiderava altro che coricarsi per terra, sebbene fosse bagnato. Ma dormire non si può: caso che mai non mi aspettavo, ad un bel momento, e già eravamo alle
due del mattino del 25,
sento la voce del nostro maggiore che dice: «Adesso facciamo sveglia a tutti e andiamo giù sulla strada, così a giorno siamo giù tutti». Dante e l’amico Guarneri erano lì, fra gli altri amici coricati e coperti sotto il telo, tutti eravamo spinti ad alzarci, ma mancavano le forze. Il capitano Mei, comandante della seconda compagnia, trovatosi col maggiore, già da parecchie volte gridava alla sveglia, ma, ripeto, nessuno se la sentiva di alzarsi. Poi cambia e invece di chiamare la sveglia, qualcuno grida: «Allarmi!». Chi sarà stato? Chi lo pescava? Chi non pensava alla morte? Dante, che aveva sentito tutto, era in ginocchio che stava radunando la sua roba vicino all’amico, quando, ad un tratto, fischiarono una decina di colpi di moschetto e delle grida salirono al cielo: erano tre amici, poveri ragazzi, uno morto e due feriti gravi. Questi sono i guai che succedono e Dante non era ancora persuaso di essere in guerra!

Intanto cessò il fuoco e Dante sentì la necessità di sdraiarsi a terra, ché non ne poteva più. Tutto si calmò. Poi ci fu da aiutare i due feriti e da portare giù l’altro poveretto, ma a Dante veniva a mancare anche quella poca forza che ancora si teneva, nel vedere sangue e sentire lamentarsi; i due feriti, dopo esser stati medicati, venivano portati alla strada, così come il poveretto. Intanto anche quelli che avevano avuto paura delle cannonate giunsero tutti lì e si meravigliarono del fatto, ma ormai non c’era più rimedio. Sono così le quattro, tutti ci mettiamo in cammino per scendere, sulla strada trovammo le gallette e le scatolette che ci aspettavano. Sono le undici e la colonna arriva sulla strada: c’era chi era rimasto quattro giorni senza mangiare. Assieme alle gallette c’erano biscotti e zucchero e tutti andavano all’assalto, cercando di farsi una scorta. Coraggio, la guerra è finita, a mezzanotte hanno firmato l’armistizio! La nostra debolezza tutta sparì in pochi minuti. Dante, dopo aver distribuito le scatolette e le gallette ai compagni di squadra, si preoccupava di controllare che tutto il suo materiale avuto in consegna fosse nelle proprie mani, tutto a posto, nessuno mancava e comunico le novità al tenente. Tutti contenti, seduti sulla riva del fosso, sotto i raggi del sole, asciugavamo i panni. Ormai sembravamo di lamiera, tutti sporchi di fango e con la barba lunga. Poco dopo il battaglione si incamminava sulla strada dove non ci fu mezzo di andare avanti; allora giù un quattro chilometri in una gola di una montagna e proprio vicino alla strada un grosso spavento: un mucchio di poveri ragazzi morti e lungo la strada una lunga fila di feriti, chi sulle barelle, chi per terra, chi si lamentava, chi leggeva e chi guardava le foto che si teneva in tasca. Questo fu per noi un vero dispiacere e non so cosa dire per piegarmi. Ebbene pazienza, sempre si pedalava, di tanto in tanto in tanto qualche buco in mezzo alla strada fatto dalle cannonate. Dove si va? Ma chi lo sa? Siamo verso le tre del pomeriggio e arriviamo alla vista, sotto la strada, a destra, di un paesetto e proprio lì ci siamo fermati: il paesetto si chiamava Bramans, era tutto disabitato e proprio vicino al paese sì piantarono le tende. Qua l’appetito era al cento per cento: uno di qua, uno di là, si va dentro nelle case a far cuocere le patate o a fare la polenta e se ne fecero di tutti i colori. Senza dir niente, l’amico Guerrini si allontanava e dopo una mezz’ora arriva accanto alle tende con un sacco in spalla. Cosa c’aveva dentro? Otto pagnotte, una grossa scatola di tonno da cinque chilogrammi, due pacchi di candele e quattro o cinque pezzi di sapone. Chiama un altro di andare con lui e mi arriva lì con un secchio di cognac e un tino di trenta litri pieno di vino: tutto sotto la tenda e avanti a mangiare e bere e, a dire la verità, ci siamo anche ubriacati tutti e poi giù a dormire: Qua passava il giorno
25 giugno e il 26 mattino
e tutti ci siamo fatti la barba e un po’ di pulizia. Verso mezzogiorno fanno adunata del battaglione: cosa c’è? Ma chi lo sa? Come mai adunata? Tanti andranno attorno al paese a fare rastrellamento e un bel numero, fra i quali anch’io, andiamo a fare le buche per quei poveri ragazzi che il giorno prima avevamo visto. Coraggio, anche questo fu fatto! A un povero artiere, prima di coprirlo, gli hanno levato le scarpe perché erano nuove. Nello stesso cimitero furono coperti pure i due bersaglieri. Verso sera ritorniamo alle nostre tende per mangiare e ognuno si arrangia da sé sotto la tenda. Il bersagliere Barbero ancora dormiva dalla sbornia presa la sera prima. Verso sera arriva un portaordini: cosa sarà venuto a fare? Era venuto a portare l’ordine che l’indomani mattina si doveva partire per rientrare nella nostra Italia. Così il
27 giugno
tutti si preparano la loro bicicletta affardellata, sono le sette e si parte. Siamo sulla strada maestra, bellissima, tutta asfaltata, ma quasi tutta in salita. Tre paesi furono passati e un ponte che i francesi avevano fatto saltare per aria. Alle undici ci siamo incontrati con i cucinieri che ci hanno portato il caffe e tutti i moto carrelli per caricare le armi e le cassette. Un’ora di fermata e poi avanti, la strada sempre più bella ma sempre più ripida: coraggio e avanti. Dopo tante salite ci siamo punto: si vede la caserma dove ci siamo fermati quella notte che siamo scappati giù. Lì ci fermiamo e ci dànno pane, pastasciutta e formaggio e ci siamo riempiti per bene. Erano le quattro e si riprende la bicicletta e giù per quella bella discesa che mai non finiva. Quasi dopo due ore, sono le sei, siamo a Susa,  ma non è ancora basta, sempre avanti, la strada era piana ma eravamo stanchi. Passiamo Bussoleno e ancora si pedala; si fa sera, si gira a destra, la strada cambia e si sale, ma a poca distanza c’è un paese che abbiamo attraversato tutto. Ebbene appena fuori dal paese c’è un bel bosco e lì abbiamo fatto la nostra casa. Ormai erano le nove, il rancio non c’è, neanche la paglia, ma si dorme lo stesso.


Giorno
8 giugno:
alle prime luci dell’alba, fu dato l’ordine di disfare le tende di affardellare le biciclette. Si parte in direzione di Torino, ma, quando stavamo per arrivare, deviamo a destra, per fermarsi poi a Caprie, dopo aver percorso circa 125 km di strada in bicicletta in assetto di guerra. Caprie si trova a 40 km dal confine italo francese, in Val di Susa.


Giorno
10 giugno 1940:
Mussolini parlò agli italiani e disse che l’ora del destino era scoccata e che l’Italia aveva dichiarato guerra alla Francia. Proprio mentre Mussolini stava parlando, noi da Caprie sentivamo già il rombo dei cannoni. Gli occhi di noi bersaglieri erano lucidi, ci guardavamo in faccia come per affermare: «Ci siamo!» Mussolini aveva chiesto alle piazze: «Volete la guerra?» E le masse rispondevano di sì.
La stessa notte aeroplani francesi a vennero bombardare la città di Torino. Noi ci trovavamo a circa venti chilometri ed eravamo nel cerchio di tiro della contraerea. Fu la prima notte di paura, sia per il fracasso delle bombe, sia nel pensare a quello che ci aspettava nei giorni futuri.

 

(10) – Troppa era la sua bontà. – Evidentemente il carattere di quest’ufficiale deve aver colpito particolarmente Dante, che ribadirà due anni dopo il giudizio sul retro di una fotografia in cui sono ritratti insieme.


La giornata del
16 giugno
fu molto movimentata: controllo della funzionalità delle armi, accertamento delle munizioni in possesso da ogni singolo bersagliere, rafforzamento dei viveri di scorta. Tutti i mezzi e gli apparati del reggimento erano in movimento e si notava chiaramente che ci si preparava ad andare al fronte.
Infatti, la mattina del
17 giugno 1940
,
mentre pioveva intensamente, il 4o Reggimento bersaglieri lasciò Caprie e si diresse verso la frontiera passando per Susa, dove arrivammo in sella alle nostre biciclette. Passata Susa, ci troviamo di fronte ad una grande salita dove c’era una robusta strada che serpeggiava inerpicandosi nella montagna, chiamata “Strada del Moncenisio”. Eravamo tutti zitti, nessuno parlava o chiedeva alcunché, tenevamo le orecchie aperte e le bocche cucite. Orecchie aperte per percepire le tante notizie che rimbalzavano continuamente e per sentire gli spari che provenivano dalla frontiera, che più andavamo avanti e più vicini e violenti sentivamo.
Eravamo di fronte a quella lunga e dura salita, con le biciclette in mano, spingendo con la forza delle braccia: quando partimmo da Susa pioveva, ma, giunti in cima al Moncenisio, nevicava. Sì, il giorno
17 giugno 1940
sul Moncenisio nevicava. Arrivati al primo castello del Moncenisio, ci fermammo: eravamo tutti bagnati fino alle ossa, ci sparpagliarono per compagnia in lungo e in largo per la montagna e la notte la passammo lì. Fu la prima notte che si trascorreva dormendo sopra la neve, mentre ogni tanto un colpo di cannone veniva a svegliarci.
Le mitraglie e i fucili, al fronte, strepitavano continuamente, mentre dalla strada, per tutta la notte, continuarono a passare mezzi e soldati che andavano verso il fronte.Tutto questo infondeva paura e non potevamo che pensare al pericolo verso il quale stavamo andando incontro e i nostri cuori si facevano piccoli, in mezzo alla neve fragrante.

(11) – Togo – Voce scherzosa dialettale ad indicare cosa o persona che è giudicata ottima, eccellente, di gran livello.

 


La mattina del
18 giugno
fu per noi una grande sorpresa sentire dal nostro ufficiale che si ritornava indietro. Questo ci ha messo di nuovo in allegria, andare giù è stato un vero piacere: diciotto chilometri, otto ore per salire, per scendere è bastata mezz’ora.
Correvano tante voci in merito alla nuova destinazione del nostro reggimento, ma la verità fu chiara solo il
20 giugno 1940,
quando arrivo un’autocolonna di autocarri in autobus ci misero a bordo e ci portarono l’altra volta sul Moncenisio, nello stesso posto dove ci trovavamo due giorni prima.
La mattina seguente proseguimmo verso la frontiera; alle sei avevamo passato il confine, dove i due eserciti, due giorni prima, avevano combattuto la prima battaglia. Sul terreno, oltre al filo spinato, c’era tanto altro materiale. Dopo la frontiera si profilava una grande vallata. Noi scendemmo da una mulattiera che calava a picco dal Moncenisio fino a valle, dove c’era il fiume da attraversare. Far transitare tutto il reggimento non fu un problema da poco, trascinandosi dietro le biciclette con tutto il fardello, passò tutta la giornata … una faticaccia!
Passato il torrente l’ordine era di montare in sella quanto più presto possibile, attraversare un tratto di strada in pianura e raggiungere in fretta i margini di un grande bosco, perché quel tratto di strada era battuto dai cannoni francesi che sparavano dal forte di Bramans.


Dopo aver percorso circa  trecento metri oltre il ponte, la strada era sbarrata da soldati e muli morti. Passando non potevo che guardare quello scenario. Mi impressionò la vista di un mulo, con tutto il carico ancora addosso e del suo conducente, entrambi morti: il soldato, faccia a bocconi, teneva ancora le redini del suo mulo con tutte e due le mani. Erano italiani! Mi chiesi perché il soldato tenesse ancora le redini del mulo: pensai che fosse stato forse il dolore, una volta colpito a morte o perché temeva che il suo mulo potesse andarsene per conto suo, abbandonandolo in quel luogo. Un interrogativo che rimase senza risposta, visto che i protagonisti erano entrambi morti, legati l’uno con l’altro attraverso le redini: a noi che passavamo, lasciava un’impressione strana e misteriosa. Quello che avevo colpito la mia attenzione era stata la disposizione plateale e commovente dei due corpi senza vita.
Fu il primo incontro con la morte in quell’odiata e inutile guerra! Non nascondo il vero nel dire che quei due esseri rimasero per sempre impressi nella mia mente, anche se, più avanti nella guerra, avrei visto ahimè ben di peggio.Quello che mi aveva colpito […] era stata la disposzione plateale e commovente dei due corpi senza vita. […]
Ed in quelle condizioni ci mettemmo in cammino. La mulattiera saliva diritta attraverso il bosco, in direzione Bramans, da dove provenivano le cannonate.

(12) – Un povero fante… – Un’immagine che avrà colpito tanti soldati: la annotano sia Dante che Scalone, che l’accomapagna con una breve ma efficace riflessione. (20 giugno 1940)

Un'immagine con didscalia tratta dal libro di Quaglino. Il luogo esatto è stato riconosciuto tramite le sottostanti immagini ricercate su Google Earth.
Il tratto di strada dell'aimmagine del giugno 1940 riprodotto oggi con Google Earth.
Particolare del contrafforte visibile in fondo all'immagine delle truppe in attesa.

(13) – Oheilà – Dialettale nell’uso di certe zone lombarde: esprime sorpresa, stupore, meraviglia, accompagnati da un richiamo di attenzione altrui; di grafia non codificata (ohè + ehilà).

Il punto di attesa segnato sulla mappa di Google Earth. Oggi il luogo è in territorio francese, mentre allora si trovava abbondantemente in territorio italiano.


Per saperne di più sulle variazioni dei Confini a seguito del Trattato di pace del 1947.

In azzurro il percorso da Andorno MIcca a Susa
In nero il percorso per l'esplorazione all'Ospizio del Moncenisio
In azzurro il percorso per raggiungere il Piccolo Moncenisio.
Vista generale dei luoghi degli eventi da Susa al Moncenisio
I luoghi delle operazioni sul Moncenisio.
Ungheria, alleata dell'Asse, Spagna franchista e Albania (sotto il dominio italiano) sono scelti dal Corriere per rendere gli echi internazionali all'intervento italiano in guerra. Nell'aggettivo "determinante" si cela un senso autoironico?

Approfondimenti

  • F. Ferratini Tosi, G. Grassi, M. Legnani (a cura di), L’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, FrancoAngeli Editore, Milano 1988;
  • Giorgio Bocca, Storia d’Italia nella guerra fascista 1940-1943, Oscar Mondadori, Milano 1996;
  • Giovanni Sabbatucci e Vittorio Vidotto (a cura di), Storia d’Italia. 4.bGuerre e Fascismo, Laterza Editore, Roma-Bari 1998;
  • Piero Melograni, La guerra degli Italiani 1940-1945, Istituto Luce, Roma 2004;
  • Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943 Dall’impero d’Etiopia alla disfatta, G. Einaudi Editore, Torino 2005;
  • Ersilia Alessandrone Perona, Alberto Cavaglion (a cura di), Luoghi della memoria, memoria dei luoghi nelle regioni alpine occidentali 1940-1945, BLU Edizioni, Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della Società Contemporanea “Giorgio Agosti”, 2005;
  • Marco Ruzzi, La guerra in casa. Il 10 giugno 1940, dalle valli cuneesi parte l’attacco militare alla Francia, Primalpe e Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea in Provincia di Cuneo “Dante Livio Bianco”, 2010.
Villar Focchiardo 6 luglio 1940: un po' di quiete dopo la tempesta.


Il reggimento stabilì il campo estivo ad Andorno Micca, zona dimostratasi già negli anni precedenti particolarmente adatta a tale scopo, sia per la possibilità di accantonamenti e accampamenti, sia per la cordiale accoglienza della popolazione del luogo, ed anche perché, dopo tutto, nel Biellese i bersaglieri erano ben visti, trovandosi a Biella, fra l’altro, la tomba del fondatore del corpo, Alessandro Lamarmora.
Dopo solo pochi giorni di permanenza ad Andorno, quando appena si era terminata la sistemazione dei reparti ed organizzati i vari servizi, avvenne un fatto imprevedibile.


Una notte, circa alle tre, la tromba suonò improvvisamente l’allarme. Questo era un allarme abbastanza serio, poiché non serviva dare inizio a qualche esercitazione, bensì ad effettuare al più presto il trasferimento del reggimento nella zona di Susa, per avvicinarsi al confine francese. L’ordine lasciò evidentemente tutti perplessi ed anche parecchio preoccupati, poiché, dato il corso degli avvenimenti bellici in Francia, era ormai convinzione generale che i francesi avrebbero ceduto presto le armi, senza in alcun modo costringere l’Italia ad intervenire, cosa che sembrava poi in quel particolare momento, del tutto assurda ed inutile.

Il reggimento lascio così Andorno e, nuovamente in bicicletta, giunse a Torino. Senza attraversare la città, ma passando per la periferia, proseguì subito per la zona di Susa, ove il giorno successivo si attendò. Il
7 giugno,
intanto, arrivò da Torino, ove era stato costituito al comando del capitano Barli, un battaglione di complementi, che fu immediatamente sciolto, andando i bersaglieri che lo componevano a colmare i vuoti che vi erano nei reparti in relazione agli organici previsti.


IL 4° REGGIMENTO BERSAGLIERI ALL’INIZIO DELLE OSTILITA’ (10 GIUGNO 1940)

Comandante: colonnello Guglielmo Scognamiglio

– XXVI battaglione – comandante maggiore Mennuni

– XXIX battaglione – comandante maggiore Ugo Verdi (*)
– XXXI battaglione – comandante maggiore Ferrari
– 12a Compagnia motociclisti  – c.te capitano De Martino
– Compagnia comando reggimentale

Ogni battaglione è composto da:

– 3 compagnie fucilieri
– 1 compagnia mitraglieri
– 1 compagnia comando btg.

Forza complessiva: circa 1800 uomini

Armamento:

– Moschetto Carcano mod. 91/38 TS
– Fucili mitragliatori Breda mod. 30
– Mitragliatrici Breda mod 37
– Bombe a mano SRCM Mod. 35

Equipaggiamento: estivo


(*) –  Maggiore Ugo Augusto Verdi

Originario di Canneto Pavese, vicino a Stradella, sarà comandante del reggimento nel settembre del 1943 al momento dell’armistizio. Medaglia d’argento al valore militare, deportato in Germania e successivamente ucciso dai tedeschi per essersi rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale, dopo aver salvato i suoi uomini da rappresaglie naziste.Torneremo su di lui e su questa vicenda nei prossimi quaderni.



I primi giorni di guerra

[10 giugno 1940]
A sera, a mensa, siamo taciturni e pensierosi. Il colonnello, quasi seguendo il corso dei nostri pensieri, ad un tratto dice: – Stasera siamo qui tutti riuniti punto speriamo di ritrovarci ancora tutti a guerra finita! – Augurio spontaneo o triste presentimento? Non saprei. Certo son parole strane che ci lasciano perplessi. Ed è anche strano il fatto che ci troviamo in guerra, all’improvviso, diciamo così senza una preparazione… spirituale.

Questa dichiarazione di ostilità verso Francia e Inghilterra ci sembra quasi una pratica burocratica, di cui però intuiamo inconsciamente un seguito di orrori e di morte, che si fa stringere il cuore.

La stessa notte avviene una incursione di aerei francesi su Torino. La dodicesima compagnia mitraglieri ciclisti, che all’annuncio della dichiarazione di guerra aveva subito sistemato le mitragliatrici, dotate di congegno di puntamento contraereo, in posizione di tiro, occupa le postazioni ma non può intervenire: troppo alti gli aerei, oltre alla città. Dalle alture il comandante di compagnia e gli ufficiali vedono i bengala lanciati su Torino. Sapremo il giorno presso che ci sono stati alcuni morti.

Intanto il reggimento completa il suo equipaggiamento ed armamento, andando a rifornirsi presso i magazzini del deposito chi è comandato ai rifornimenti a Torino può così vedere, a sopraggiungere della notte, la città al buio: si è iniziato l’oscuramento.

Tutto il fronte alpino è in fermento, in attesa del momento decisivo per l’avanzata. Il primo ordine di movimento viene ben presto e riguarda per ora solo il XXVI battaglione, il quale deve effettuare una puntata esplorativa nella piana del Moncenisio, sino all’ospizio.
Il giorno 20,
il XXVI esegue l’ordine ricevuto. In bicicletta, nonostante il tempo inclemente, si spinge verso l’obiettivo stabilito. Appena superate le “Scale”, il battaglione si inoltra nella piana del Moncenisio, ove un’unica rotabile si staglia nettamente in mezzo ai prati. Tutto intorno nella nebbiolina si intravede la cerchia dei monti che segnano il confine e dietro a questa, gli altri massicci montani in territorio francese, ove formidabili apprestamenti difensivi sono stati predisposti sin dal tempo di pace. Veramente sono indicazioni la cui veridicità sarà presa più avanti, durante i prossimi giorni, e a prezzo di sangue dei nostri soldati. […]


Il 21 giugno
il reggimento nuovamente riunito a Susa. Ma oggi è una gran giornata per tutti punto è giunto l’ordine dell’avanzata generale su tutto il fronte.

Il 4o bersaglieri è tenuto di rincalzo e, salvo ordini diversi, seguirà l’avanzata della fanteria e dei carristi per buttarsi avanti non appena effettuato lo sfondamento. Infatti nel pomeriggio deve già raggiungere le “Scale”. I reparti, parte in bicicletta e parte su autocarri messi a disposizione dal 1° autocentro, si trasferiscono nella località stabilità, pronti a proseguire la marcia al primo ordine.

Lo schieramento italiano sul fronte occidentale all’inizio delle ostilità.

La dislocazione dei reparti alla mezzanotte del 10 giugno 1940. Indicata dalla freccia la posizione del 4° rgt bersaglieri. (G. Oliva - fonte citata)


La relazione del comandante del reggimento è molto chiara ed esauriente virgola e non ha quindi bisogno di ulteriori commenti. Si può accennare soltanto al fatto che dal 23 al 25 giugno nessun rifornimento giunse ai battaglioni operanti. Fu consumata la razione viveri di scorta il primo giorno, poi si visse di scorza d’albero. […]


Intanto, appena cessate le ostilità, il reggimento si riorganizza e prima di tutto provvede al recupero delle salme dei caduti virgola che vengono composte nel piccolo cimitero di Bramans,, accanto a quelle dei soldati appartenenti agli altri reparti operanti.

Nel paese deserto e quasi distrutto gironzola fra le macerie un cane pastore. Qualche tozzo di pane, datogli dai bersaglieri che hanno trovato qualcosa da mangiare chissà dove, lo rende più mansueto e più docile. I bersaglieri lo prendono con sé e quello li segue.  Gli mettono il nome “Bramans”, il paese dove è stato trovato. Ed il cane Bramans seguirà i bersaglieri del 4o per tanti mesi ancora, anche sino in terra d’Albania…

Da una pagina del libro di Sergio Quaglino conosciamo "Bramans", il cane del 4° rgt bersaglieri.

Da ITALIA IN GUERRA (Massimo Sani) – Immagine sovrapposta: https://www.montechaberton.it/

Riproduci video
La sera del 10 giugno 1940 inizia la tragica follia.

Bibliografia – Fonti

  • Sergio Quaglino – CON IL 4° BERSAGLIERI NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE – 1985
  • Luciano Scalone – MEMORIE DI UN BERSAGLIERE – 2011
  • Gianni Oliva – 1940 LA GUERRA SULLE ALPI OCCIDENTALI – Edizioni del Capricorno – 2020
  • LE OPERAZIONI DEL 1940 SULLE ALPI OCCIDENTALI – (Autori vari, esegesi storica a cura dell’Ufficio Storico dello SME, 1994 Roma
  • DIARIO STORICO DEL COMANDO SUPREMO VOL I TOMO 1 – Autori: Biagini e Frattolillo, dal 11.6.1940 al 31.8.1940 – DIARIO- Edizione Ufficio Storico, 1986
  • IMMAGINI DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE (LE ALPI OCCIDENTALI)- Autori Amedeo Chiusano e Maurizio saporiti, studio iconografico, Ufficio Storico dello SME, anno 1995

    Se non diversamente indicato, le immagini storiche di Stradella sono tratte dalla Galleria di Francesco Gola
Villar Focchiardo 27 luglio 1940: Dante legge una lettera... per il fotografo.

Un intervallo di pace (luglio-settembre 1940)

28/6/1940

Il 28 giugno
suona la sveglia, poi il caffè e poi la giornata di romper palle, di pulire la bici e l’arma, mettere la paglia sotto le tende, fare pulizia dappertutto. Qua poi passarono dei giorni tranquilli, era troppo bello! (14) Arriva poi il lunedì primo luglio e si incomincia a fare istruzione a più non posso; il caldo non mancava, l’acqua però nemmeno: lì vicino c’era un bel canalone e tutti i giorni a fare il bagno! Ma qualche carro armato c’era lo stesso. Qua, in questo bel paese, Villar Focchiardo, il nostro buon colonnello ci cerca anche il campo sportivo con tutti gli attrezzi da ginnastica, prelevati dalla nostra caserma, dove ce n’erano di tutte le qualità, e fatti portare con gli autocarri da Torino, che era a pochi chilometri. E giù dalla gran ginnastica, tutto per prepararsi a fare qualche cosa per il
giorno 14 luglio,
perché arriva il principe a farci visita. Si fanno i giochi e pure questa passò. Dopo pochissimi giorni ci fu una rivista Duce, che passava di lì a visitare il fronte occidentale. Siamo
verso il 20,
Dante riceve una lettera dalla sorella Luisa, che gli comunica che si sarebbe sposata e che mi chiede se io fossi stato contento: le ho risposto che, contento sì o no, più che di male invece di bene e l’avvisano che mi sarebbe stato impossibile di essere con loro allo sposalizio. Dante fece sapere questo alla sorella e al prossimo cognato perché, qualche settimana prima, ricevetti da loro uno scritto non tanto bello: ma sapeva di poter comunque ottenere il permesso.
Il 28
Dante riceve dalla sorella la notizia che il giorno 4 agosto si sarebbe sposata e che sarebbe stata sposata dallo zio frate, fratello del povero papà. Dante si batte per il permesso, che prende per il
sabato 3 agosto:
sono le undici e Dante era alla stazione di Borgone, paese lì vicino, poi sul treno, dritto fino a Torino, dove, dopo una mezz’ora, c’era il treno per Alessandria e Stradella. Dante avvisa la Gilda che sarebbe stato in viaggio per lo sposalizio della sorella, come lei sapeva. Alle tre Dante scende dal treno alla stazione di Stradella e diritto se ne va alla sua casetta in via Vescola. Arrivo e la porta è chiusa; la sorella era al Monastero, era dal suo caro Livio. Cosa faccio? Apro la finestra della casetta vicina, lì dietro, prendo il prendo il bambino del portalettere che abitava lì, lo metto dentro, tira il catenaccio e la porta della casa è aperta. Ad un tratto mi arriva di dietro Livio, che aveva saputo del mio arrivo da uno che mi aveva incontrato per strada e che lo aveva avvisato; così arrivò subito e mi prese sul fatto, mentre aprivo la porta. Ci siamo salutati e messi d’accordo sulla sua proposta di andare a casa. Dante subito si cambia con il suo vestito blu e giù alla stazione ad aspettare la sorella Rosa che doveva arrivare alle quattro e mezza. Sono quasi alla stazione e già vedo la sorella che viene: per tutti e due fu gran felicità, maggiormente per la sorella, che pensava a quei pochi giorni in Francia. Contenti ci siamo avviati alla casetta e intanto avanti a parlare del destino della sorella Luisa. Dopo aver cenato, Rosa e Dante si avviano per il Monastero: per Rosa furono tutte facce nuove; invece Dante già conosceva tutta la famiglia. Tutto era a posto per lo sposalizio e, dopo una lunga chiacchierata, Rosa, Dante e Luisa salutarono la famiglia, buonanotte, e ritornano alla loro casetta. La sorella Luisa, prima di sonno, subito si avvia.
 

Fine del QUADERNO I – segue al  QUADERNO II.

LA BATTAGLIA DELLE ALPI OCCIDENTALI

Sintesi breve – Armistizio – Conclusioni

(Wikipedia)

(14) – La quiete dopo la tempesta – Sulle Alpi fu una bruttissima esperienza, forse un inferno: e se lo fu, fu breve. Ma di inferni, e quali, ce ne sarebbero stati ben altri!

Il treno preso da Dante in arrivo a Stradella alle 15:23
La casetta di Dante in via Vescola 14, a Stradella, oggi. Profondamente modificata, non consente di ricostruire con precisione l'operazione compiuta, in collaborazione con il figlio del vicino, per entrare in casa nonostante la porta (il cancelletto?) chiusa.


L’esito finale dell’aggressione: i territori ceduti alla Francia nel 1947

Il trattato di pace del 1947 tra Francia e Italia, limitatamente all’ambito territoriale, vide la cessione alla Francia dei seguenti territori che, prima della guerra, erano italiani:

  • Comune di Tenda e di parte dei comuni di Briga (vedi anche Briga Alta), Valdieri e Olivetta San Michele (le frazioni di Piena e di Libri)
  • La vetta del monte Chaberton, quella della Cima di Marta e le fortificazioni del monte Saccarello
  • Parte del versante italiano dell’altopiano del Monginevro con l’eccezione di Claviere
  • Il bacino superiore della valle Stretta
  • Il monte Thabor
  • La parte occidentale del colle del Piccolo San Bernardo
  • Il colle del Moncenisio, compreso il bacino idroelettrico.